Oceano come sinonimo di vita e potenza vitale, una bolla, un immenso grembo che tiene insieme tutto. La filosofia dell’acqua e quella dell’avventura per spiegare una diversa dimensione dell’esistenza, un modo alternativo di concepire la vita e sperimentarla, attraverso le pagine di ‘Moby Dick’, il capolavoro di Herman Melville che Albert Camus definì “una delle riflessioni più profonde e più toccanti che un artista abbia potuto fare sul problema del male”. È stato questo il tema che Simone Regazzoni ha esposto sabato 10 dicembre al pubblico accorso al Teatro Doglio di Cagliari in occasione del ‘LeiFestival’, che per la sua settima edizione ha affrontato i variegati temi e tempi dell'”avventura”. Materia complessa in questi tempi di istupidimento collettivo, dove la società fatica a tollerare il rischio e il pericolo, preferendo le placide acque della sua confort zone agli imprevisti dei tempestosi mari dove regna “l’ingovernabile”.
La riflessione di Simone Regazzoni parte da una considerazione sui viaggi per mare odierni. I flussi migratori a bordo dei transatlantici sono ormai relegati alla storia dello scorso millennio e chi prende il largo solitamente lo fa a bordo di grandi villaggi turistici mobili, le navi da crociera, dove si cerca il relax, la tranquillità, il ristoro, il divertimento, la felicità, ovvero le stesse cose che l’uomo brama nella sua vita sulla terra ferma. In questo regolare e sicuro peregrinare di porto in porto manca la componente fondamentale dell’avventura: l’imprevisto del viaggio, l’attrito del reale, la possibilità di farsi male. Un concetto che emerge in ‘L’avventura, la noia, la serietà’ del filosofo francese Vladimir Jankélévitch, che traccia anche una netta linea distintiva fra l’avventuriero e l’avventuroso; il primo scelto pragmaticamente per trovarci un profitto, un sistema, il secondo assunto a stile di vita, disinteressato.
È qui che emerge l’esperienza del mare di Herman Melville. L’avventura come alternativa alla monotonia del vivere quotidiano, prendere il largo per fuggire alla stabilità della terra, mettere in discussione i propri limiti. Per questo – spiega Regazzoni – ‘Moby Dick’ andrebbe considerato più come un manuale che come un romanzo, un concentrato d’istruzioni che evidenzia l’elemento di rottura e l’importanza della scelta del viaggio, l’accettare la trasformazione, l’essere qualcosa contrapposto al divenire qualcosa, l’avvenimento dell’avvenire – per dirla ancora con Jankélévitch – con tutta la carica di ambiguità che questo comporta.
In questo il viaggio avventuroso di Melville, avventura nel senso di “alternativa temporanea” ma straripante di Georg Simmel, è totalmente opposto a quello rilassante delle navi da crociera, è un viaggio da protagonista, non da spettatore, un viaggio che costa fatica, caratterizzato da momenti di criticità, pericolo, dolore e turbamenti. L’autore di ‘Moby Dick’ invoca la conversione, la torsione dell’anima di platonica memoria, al viaggio e questa è l’esaltazione dell’avventura. D’altra parte, continua l’autore genovese, il rischio e quello d’inoltrarsi nel superomismo tanto caro a Friedrich Nietzsche, l’aspirante domatore della forza che sfida la mediocrità, ben rappresentato dal protagonista della storia, il capitano Achab, la “grande forza” che richiama Omero, il mostruoso capodoglio bianco, l’ingovernabile, come lo stesso Oceano.

La crisi ecologica che colpisce il nostro pianeta è una crisi cosmologica che ci obbliga oggi a ripensare l’idea stessa di pianeta e di vita al di là di quel costrutto culturale a misura d’uomo che abbiamo chiamato «pianeta Terra». Per fare questo serve una nuova filosofia della natura che guardi a ciò che, agli albori del pensiero, venne chiamato Okeanós: il flusso primordiale da cui tutto ha origine e che tutto avvolge come un enorme grembo materno. ( Simone Regazzoni – Oceano. Filosofia del pianeta)
Oceano, ecco il centro della dissertazione di Simone Regazzoni e tema della sua ultima fatica letteraria edita da Ponte alle Grazie. Okeanos, il primo mito, il più antico, la genesi del tutto e la forza che tutto unisce. Il pianeta Oceano, una bolla che tiene insieme la vita, come in un grande grembo,” imperscrutabile, smisurato, ignoto” come lo definisce il filosofo Gaston Bauchelard, talmente grande da riuscire a depotenziare l’Io umano e il suo smisurato egocentrismo.
Oceano è il movimento e il flusso della vita da cui proveniamo, di cui simo fatti e in cui siamo immersi. Per usare la parole di Melville: “Quell’oceano insondato ove boccheggi è la Vita”. E se la vita indicata dai greci come bios, la vita individuale, è una vita che prima o poi avrà una fine, quella di Oceano è zoé, la vita infinita, che c’era prima e ci sarà dopo.

Concludendo il suo intervento, Simone Regazzoni, richiama a un’immagine cinematografica che in qualche modo riassume il senso di questo interessante incontro seguito con molta attenzione dal pubblico del Teatro Doglio. Il fotogramma è quello del pianeta blu e l’enorme feto della scena finale di ‘2001 Odissea nello Spazio’, che ci ricorda che alla fin fine siamo tutti in un grande grembo, fluttuanti nel liquido amniotico, come quello che Sándor Ferenczi definisce “oceano introiettato nel corpo materno”, cullati dalle onde del mare, in una sorta di diluvio universale perpetuo. Siamo noi a bordo del Pequod o magari della Discovery? Forse cambia poco. Magari conta il modo diverso di vivere la vita che sia Melville che Kubrick suggeriscono, una vita dove vengono meno i confini, una vita da esplorare avventurosamente in altre dimensioni, non per profitto ma per gioia, altrimenti, e forse è proprio questo l’ammonimento di Moby Dick, il rischio è quello di fare la fine della baleniera americana Essex, alla quale pare si sia ispirato Melville per il suo capolavoro, o la Black Warrior raccontata da Pino Cacucci in ‘Le Balene Lo sanno’, insabbiatasi nel Mar di Cortez per merito della cupidigia dei balenieri che l’avevano caricata all’eccesso di grasso di balena. Per uno strano scherzo del destino la pescosità di quella baia era stata scoperta da un cacciatore di balene che si chiamava Charles Melville.
L’uomo negli ultimi 5000 anni ha conquistato il mondo e nessuno lo può fermare. Certo, l’uomo sopravvivrà ma credo che in 75 anni ci saranno milioni di rifugiati per il cambiamento climatico, molte città saranno sott’acqua o devastate da uragani e le foreste si trasformeranno in deserti. Non lo so se siamo in tempo per fermare un processo che sta andando avanti da secoli ormai. ( Richard Melville Hall,in arte Moby, pronipote di H.Melville – Corriere della sera, 22 agosto 2009)
“Il Mondo cosi prodigioso oggi di scienza e di audacie umane, purtroppo non ha più poeti a cantarlo. Ma quei piccoli, miserabili piroscafi che solcarono per primi la acque del sud, fosse il Casco di Stevenson o il Pequod di Hermann Melville, recavano nel terrore delle loro rotte, un carico ben vividamente umano di tutte le certezze che ci rendono la vita oggi così raggiante e pur cosi triste, recavano la fede ingenua dei cuori nel mistero e nella profonda bellezza dell’universo”. Queste parole del viaggiatore Carlo Linati sono state vergate quasi un secolo fa, nel 1927, quando ancora Moby Dick non era stato tradotto in lingua italiana da Cesare Pavese. La loro attualità sconcertante fa nascere una domanda spontanea: dove vanno gli e le eredi di Talassa? Sapranno ritrovare un’autentica dimensione avventurosa o preferiranno ancora le catene della sicurezza e il loro limbo di istupidimento collettivo?










