Il 21 ottobre scorso la comunità di San Sperate ha ricordato un evento catastrofico che ha segnato per sempre la storia del paese. Non è mai scemata la memoria del violento uragano che nella notte fra il 20 e il 21 ottobre del 1892 si era abbattuto su una vasta area del Campidano causando lo straripamento dei fiumi, l’allagamento delle campagne e la distruzione di intere porzioni dei centri abitati coinvolti dal cataclisma. La popolazione sparadese fu quella maggiormente colpita in termini di danni materiali e soprattutto di perdite umane, morirono infatti una settantina di persone, in maggioranza donne, bambine e bambini. Il disastro ebbe eco planetario e la mesta notizia venne riportata dai quotidiani di tutto il mondo.
Non si era ancora spento il tragico ricordo del terribile uragano che aveva devastato il campidano di Quartu nell’ottobre del 1889 – dove centinaia di case costruite in ladiri, i caratteristici mattoni di terra cruda, erano crollate miseramente sotto la furia distruttrice dell’acqua e una ventina di persone avevano perso la vita – che la regione del cagliaritano dovette ben presto fare i conti con una nuova sciagura ma di proporzioni ben più catastrofiche.
Undas chi falant
in Campidanu
trazan tesoros
a s’oceanu (Peppino Mereu – ‘A Nanni Sulis’)
La notte fra il 20 e il 21 ottobre del 1892, dopo che un violento e incessante uragano aveva martoriato i paesi e le campagne di Assemini, Elmas, Uta, Samassi, Senorbì, Decimomannu, Samatzai, Donori e altre decine di comuni, parecchi corsi d’acqua strariparono inondando intere zone. Erano passate da poco le 23 quando il Rio Mannu e il Rio Flumineddu esondarono e l’acqua invase violentemente l’abitato di San Sperate, in particolare modo la zona fra la chiesa parrocchiale e il rione di San Giovanni. Le case di terra cruda di via San Giovanni, via Dritta, via Arbarei, via Unione, via Parrocchia, via Croce Santa e alcune di quelle vicine, vennero giù in pochi minuti seppellendo nei crolli decine di persone, trasformando la zona in un immenso lago d’acqua, che arrivò a superare il metro e mezzo d’altezza, fango e detriti. Le dimensioni del disastro si rivelarono da subito imani.
I soccorsi guidati dal prefetto, con ingegneri, operai e soldati di truppa partiti da Cagliari, dovettero arginarsi ad Assemini e Decimomannu. Le strade erano impraticabili a causa dell’allagamento, lunghi tratti di ferrovia erano stati letteralmente divelti e così i pali telegrafici, rendendo impossibile ogni comunicazione. Giunsero a San Sperate soltanto il 23 e vi trovarono l’apocalisse, con un paese raso al suolo e le vittime che non si contavano più.

In quella tragica notte persero la vita 68 persone: le sorelle Mariantonia e Grazia Schirru ; il bracciante Sperate Casti con la moglie Greca Anedda; Antonio Casti di appena 8 mesi; la ventiseienne Teresa Congiu, la cinquantenne Anna Maria Ibba, la tredicenne Luigia Mameli, con i fratelli Tomaso, Giuseppe, Benvenuto e Raimondo in età compresa fra i 13 a i due anni; il quarantatreenne Daniele Cogoni, bracciante di Villasor, il figlio Giuseppe di anni 10 e la moglie Anna Maria Brisu di 47; Isabella Pili e il marito Priamo Lussu; Greca Tronci 21 anni da Selegas e il figlioletto Francesco Sanna di soli 15 mesi; Elisabetta Atzori e la figlia di 9 anni Veronica Pili; la signora Teresa Casti con i figli Innocenza, 20 anni, Maria di 16, Efisio di 18 e Giovanni di 13; Francesca Schirru di anni dieci con i fratellini Pasquale di sette, Luigi di cinque e la sorella Elena di due; la signora Chiara Lussu di 57 anni; Stefano Cogotti di 36 assieme ai figli Enrico e Ignazio rispettivamente di sette e due anni; la quarantenne Rosica Carta e le figlie Agatina e Annica Spiga di soli quattro; Prisea Anedda, Vitalia Pilloni di anni due; Mariantonia Lasio, vedova Pili e moglie di Giuseppe Pillittu con i figli Annunziata Pili di sette anni e Luigina Pillittu di tre; la ventinovenne Vincenza Mattana; i fratellini Giuseppe e Efisio Virdis e quelli Ibba, Peppino e Angelo Maria assieme alla madre Simona Corda di 36 anni e al padre Francesco di 40; il signor Giovanni Casti di 76; l’ortolano Raimondo Pili e la moglie Martina Piga di Monastir; la mendicante Monserrata Pintus; la signora Amata Collu; il negoziante Antioco Monnis con la moglie Luigia Musu; la signora Raimonda Marongiu di Decimoputzu; la bambina Ignazia Tronci di anni sei; le signore Rosa Mameli, Grazia Brisu e le anziane sorelle Maria e Prisea Cannas; il bracciante Peppino Ambus; l’undicenne Pietrina Pilia e il fratellino Carlino; il signor Francesco Fadda di Villasor, la piccola Speranza Monnis e la trentacinquenne Livoina Carta.
Qualche giorno dopo, il 28, si aggiunse alla tragica lista anche il signor Efisio Sciola, un anziano di 74 anni probabilmente morto per le ferite riportate in seguito ai crolli causati dalla piena.
Il day after fu tremendo e il parziale ritiro delle acque mostrò le reali dimensioni della catastrofe. Trecento case, fra le quali quella municipale, erano andate totalmente distrutte lasciando intere famiglie senza un tetto. Per questo vennero quanto prima predisposti accampamenti di fortuna e cucine economiche, al fine di soccorrere la popolazione, ancora attonita e in preda al più grande sconforto, che aveva bisogno di cibo, coperte, medicinali e urgenti ripari. La conta dei danni fu altrettanto impietosa. Ingenti quantità di derrate erano andate perdute, intere mandrie di bestiame decedute (circa cento bovini e duemila pecore) e due terzi del centro abitato era da ricostruire.
La notizia della tragedia fece letteralmente il giro del mondo. Oltre alla stampa locale, a quella nazionale, che in realtà non diede eccessiva rilevanza alle cronache del luttuoso evento, trovò larga eco varcando rapidamente confini ed oceani. Il ‘New York Times‘ la pubblicò in prima pagina nel numero 12841 del 24 ottobre e così altre testate statunitensi come il ‘Los Angeles Herald’, il ‘New York Tribune’ e il ‘The Morning Call’ di San Francisco. Da Londra a un capo all’altro del pianeta rimbalzò lo sconcerto per la triste sorte toccata alla popolazione di questo piccolo paese sardo, dalla Spagna con ‘El Siglo Futuro’ a ‘El Isleno’, fino alla lontanissima Australia con il ‘The Daily Northern Argus’, il ‘Leader’ e il ‘Rock Island Daily‘, e ancora in Svizzera, Germania, Francia, Russia e Argentina.

La mobilitazione per i soccorsi, per dar sollievo alla popolazione e per la ricostruzione fu enorme, o almeno così ci raccontano le cronache dell’epoca. Di certo c’è che la comunità sparadese seppe rialzarsi, non dimenticando mai l’infausta data ed erigendo a imperitura memoria una croce in trachite nera. Ricordo rafforzato dalla vena artistica del paese, che molti anni dopo volle e seppe diventare un museo a cielo aperto conosciuto nel mondo, tramutando il suo dramma in poesia, prosa, teatro e arte murale; tramandando la testimonianza di generazione in generazione fino al 21 appena passato, quando la comunità si è ritrovata in occasione del centotrentesimo anniversario di un fatto che ha segnato così profondamente la su storia, per celebrare quasi sottovoce le tante vittime di quella che a San Sperate resterà una cicatrice indelebile chiamata “S’Unda Manna”.

Immagine di copertina : Inondazione in un pese del Campidano (testata sconosciuta)










