Alla Sardegna, alla storia di un’Isola al centro del Mediterraneo così unica e peculiare è dedicato l’ultimo saggio di Luciano Marrocu, docente di storia contemporanea all’Università di Cagliari: il volume “Storia popolare dei sardi e della Sardegna”, pubblicato da Laterza un anno fa, è stato raccontato a Neoneli nella seconda giornata del festival Licanìas dedicato quest’anno al tema delle Periferie nell’appuntamento condotto da Mauro Tetti.
Marrocu, che negli ultimi anni ha alternato le pubblicazioni di storia e biografie a quelle di narrativa, ha sintetizzato in 250 pagine l’intera vita dell’uomo in Sardegna a partire dalla prima presenza umana, oltre 300 mila anni fa, e fino al 2019 con “questa infelice vittoria della destra in Regione” quando l’alleanza politica tra Lega e Psdaz ha conquistato la giunta e il consiglio regionale.
Dall’età nuragica, con la costruzione di imponenti torri disseminate in tutta l’Isola, passando per la presenza fenicia e cartaginese, il dominio romano, l’arrivo dell’Islam, la nascita dei giudicati, l’egemonia di Pisa e Genova, la conquista catalano-aragonese che tante tracce e tanti effetti ha lasciato anche nei secoli a venire; la narrazione, che attinge, come sottolinea lo stesso Marrocu, a una “straordinaria letteratura storiografica di ottimo livello”, arriva poi ai giorni nostri e si sofferma sugli aspetti nazionali della storia sarda, le peculiarità di una regione che pur essendo al centro del Mediterraneo ha saputo definire una sua alterità e una sua identità ben definita anche nel mondo globalizzato. “Per gli abitanti di un’isola che ancora oggi si sente lontana dai centri pulsanti del mondo contemporaneo – ha sottolineato – è quasi fatale elaborare un’immagine di sé all’insegna di una spiccata e per certi versi irrimediabile alterità. Scrivere la storia di quest’isola è stato soprattutto fare i conti con questa alterità, a volte negandola, altre volte trovandone conferma”.
Il libro è dedicato agli studiosi sardi Giulio Angioni e Francesco Manconi e si apre con una citazione da “Tempus” dello stesso Angioni.











