Femminista ante litteram che sfidò il fascismo e non si piegò mai al giudizio della critica letteraria: ecco come in molti raccontano oggi, a 150 anni dalla nascita, Grazia Deledda. Un giudizio che secondo alcuni non corrisponde al ritratto della vera Deledda, vittima inconsapevole di una rilettura superficiale e poco obiettiva. Per restituire verità sulla figura della scrittrice nuorese, premio Nobel nel 1927, Alessandro Marongiu, critico letterario sassarese e appassionato della sua opera e del ruolo che ebbe nella letteratura italiana del Novecento, da tempo sta raccogliendo documenti e materiale per riportare correttezza e obiettività nella narrazione deleddiana. E con questo intento ha portato in piazza, letteralmente, tre aspetti relativi alla vita e all’attività di Grazia Deledda in un appuntamento andato in scena a San Gavino, al Festival letterario del Monreale, lo scorso 17 giugno. Non un semplice incontro ma un vero processo alla presenza di un giudice, un pubblico ministero, un’avvocata e una cancelliera, e con verdetto finale della giuria popolare, ovvero del pubblico.
Il “Processo per Grazia Deledda”, pensato proprio per difendere la scrittrice dalle tante falsità sul suo conto, è stato presieduto da Gianni Caria, capo della Procura di Sassari, scrittore lui stesso e appassionato lettore della nuorese; davanti al magistrato, le tesi di Alessandro Marongiu e Ilaria Muggianu Scano, semiologa e giornalista; il processo ha seguito i tempi scanditi da Francesca Spanu, avvocata, scrittrice e co-direttrice artistica del Festival nella veste di cancelliera.

L’accusa
A Marongiu, collaboratore della Nuova Sardegna nella pagina Cultura, il compito di presentare l’accusa: è vero che Grazia Deledda fu antifascista, femminista e che non si curò mai delle recensioni dei suoi libri? E’ vero che fu vittima di un patriarcato ostile che cercò di ostacolarla proprio in quanto donna? “Una delle più tenacemente convinte nell’attribuire una natura femminista a Grazia Deledda è stata è Laura Boldrini, ex presidente della Camera – accusa Marongiu – ma non è l’unica: ultimamente in tanti contesti si è parlato di Deledda portatrice di istanze femministe e vittima di atteggiamenti maschilisti e patriarcali. Se invece leggiamo correttamente le fonti vediamo che tutti gli editori e i direttori della stampa che ha pubblicato articoli e scritti di Grazia Deledda erano uomini, lo era lo stesso editore Treves, che ha pubblicato Deledda ma non il romanzo di Pirandello ispirato alla vita della scrittrice nuorese; chi ha candidato il suo nome al Nobel, in una decina di occasioni tra il 1913 e il 1927, sono stati uomini. Altra convinzione che si sostiene con grande superficialità è il suo presunto antifascismo: probabilmente Deledda non era una fascista militante, ma come tantissimi altri intellettuali del periodo non si è mai realmente opposta e ha avuto col regime un rapporto di reciproco opportunismo; la stampa fascista l’ha celebrata e lei stessa ha scritto, tra gli altri, testi per il sussidiario della scuola fascista. E ancora, si parla tanto di come la Deledda ignorasse le critiche del tempo, ma se leggiamo interviste e scritti vediamo che non è così. Da dove arrivano queste falsità? Soprattutto da certa aneddotica mai smentita dalle verifiche sui documenti”.
La difesa
La difesa, rappresentata da Ilaria Muggianu Scano, ha portato davanti al giudice la tesi sulla sororità della Deledda: “Per lungo tempo Grazia è stata definita come femminista ante litteram, quando invece per riuscire a ordire una buona relazione con le donne le ha prima dovute rendere sorelle, questo successe anche nel rapporto con Francesca Cambosu, madre anaffettiva e ostile, che porterà a Roma, nel quartiere Italia, così come le sorelle Peppina e Nicolina, ricreando una piccola Santu Pedru, un cuore sardofono nella capitale. Così avvenne con Sibilla Aleramo e Matilde Serao. Ogni rapporto doveva dunque passare attraverso la sororità. Il resto sono rapporti funesti con donne che cercheranno di screditarla per la giovane età dichiarando di detestare la sua poetica, pur non sapendo esse leggere né scrivere”. E sulla questione del fascismo aggiunge: “La stampa ne faceva una fiera groupie del duce e l’opera coercitiva di stesura del sussidiario, il testo unico, per le scuole elementari a cui si era dovuta sottoporre dietro preghiera della famiglia per pressioni governative diviene ancora oggi il grimaldello con cui si scaccia ogni ipotesi di lontananza dal regime. Ci chiediamo a questo punto: si crede veramente che il livore di Pirandello sia riconducibile al solo odio di genere? No, dal momento che Pirandello si vendette al fascismo, come chiunque intendesse lavorare. Il ritardo sospetto con il quale arrivò il Nobel fu soltanto un’indecisione reiterata dall’accademia svedese? No, davvero. L’unica sospensione dalla redazione del Corriere della Sera, coincidente con la direzione fascista di Ojetti è sempre una fortuita coincidenza? La sfida di Deledda al duce che chiedeva la liberazione di una persona al confino è l’atto di un’inconsapevole casalinga del tutto avulsa al contesto storico o peggio, fanatica intellettuale filo governativa?”.
Il verdetto
Dopo l’esposizione delle tesi di accusa e difesa, il pubblico si è espresso: ha convinto la questione della sororità espressa da Muggianu Scano, mentre Marongiu ha conquistato il favore della giuria confutando l’immagine della Deledda antifascista e di una scrittrice sola contro un mondo ostile di detrattori.
“Si è trattato di un gioco, se pure su argomenti concreti – ha commentato Alessandro Marongiu in chiusura di processo – ma l’intento è serio: restituire dignità e verità attorno a Grazia Deledda. E soprattutto riportare l’attenzione sulla scrittrice, prima che sul personaggio Deledda”.










