di Giacomo Pisano
“Non c’è nulla di più profondo della superficie” (George W. F. Hegel)
Una rivoluzione attorno alla visione del corpo: è quella che nasce in tutto il mondo, e in Europa in particolare, a partire dagli anni ’60 del Novecento. Non è una novità: già artisti come Edouard Manet in “La colazione sull’erba”, dipinto del 1863 oggi esposto al Museo d’Orsay di Parigi, avevano aperto la strada a una serie di riflessioni sulla potenza evocativa del corpo e sulla forza comunicativa insita in esso. Da qui muovono i primi passi tre eccezionali personalità destinate a diventare punto di riferimento imprescindibile per la body art: le francesi Gina Pane e Orlan e l’italo/inglese Franko b.
Non sono i soli ma sono sicuramente i più conosciuti esponenti di questo ambito artistico che vede nel corpo umano una infinita possibilità di declinare emozioni. La carne viene piegata al volere dell’artista in modo sistematico, alla ricerca di un’essenza, di una verità naturale, di un’umanità sempre meno esposta. Ogni mezzo è concesso: dal disturbante bagno di larve di Gina Pane all’impianto di ali sulla schiena di Orlan che recita poesie, fino all’esplorazione di ogni macchinario medico e all’ uso di fluidi corporei da parte di Franko B. Tutti gli elementi più temuti divengono mezzo espressivo: il sangue e il dolore assurgono a spettacolo rituale o rito spettacolare generando sconcerto.
Ogni gesto viene filmato, fotografato, sottolineato da recitazione o azioni mirate a trovare nello spettatore una voyeuristica complicità, nel bene e nel male. Gina Pane sosteneva che “Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che non sono nient’altro che il riflesso dei miti creati dalla società […], il corpo (la sua gestualità) è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell’Altro”.

Questi artisti hanno cercato di spostare i confini della fisicità per renderli sempre più labili e confonderli con il concetto stesso della performance.
Teso, provato, oltraggiato, il fisico trova nuove strade per comunicare che coinvolgono a volte interi gruppi impegnati nella realizzazione di un’immagine, di un’idea, come nelle celebri azioni collettive di Marina Abramovic dove l’elemento carne diventa veicolo per lo spirito. Esistono precedenti illustri ai quali la Abramovic fa riferimento, come il teatro di Antonin Artaud, che già dagli ’30 del Novecento inizia a spingere il suo lavoro verso aspetti scioccanti con il Teatro delle Crudeltà.
Il corpo umano quindi, da tela ideale dove creare segni e messaggi, diventa oggetto, e nello specifico un ponte di comunicazione o medium con la parte spirituale, con l’anima, con il lato più nascosto e privato. In parallelo alla costante ricerca in ambito performativo e artistico inizia anche ad ampliarsi il concetto stesso di body art che guarda a pratiche meno estreme come il body painting e soprattutto al tatuaggio e al piercing come modi per abbellire il corpo ed esprimere appartenenza, ribellione, libertà. Tra i performer che utilizzano piercing e tatuaggi come azione artistica ricordiamo lo statunitense Ron Athey. L’inevitabile dolore che Athey offre ai suoi spettatori diventa sacrificio, catarsi e rinascita.
Sono i marinai ad introdurre nell’occidente perbenista la pratica del tatuaggio, malvista dalla borghesia, ma diffusa e accettata in altri luoghi del mondo dove il segno sul corpo è considerato pratica comune. I tatuaggi, insieme al piercing e alla scarificazione, per le popolazioni stanziali dell’Africa, dell’India, dell’Australia (ma non solo) sono simboli che scandiscono le fasi vitali delle persone: dal superamento dell’adolescenza all’ingresso nell’età adulta, dall’impegno matrimoniale fino ai riconoscimenti sociali.
In Europa marchiare la pelle o forarla naturalmente non segue un percorso di tipo tribale in senso stretto ma trova consensi nelle cosiddette tribù urbane che ne fanno largo uso: le controculture punk e gothic in primis, (ricordiamo per esempio le esibizioni estreme della band inglese Throbbing Gristle, dedita ad una elettronica di matrice industriale oscura e inquietante) e a seguire poi col movimento grunge degli anni ’90 fino al colorato mondo dei rave party. Oggi tatuaggi e piercing sono pratiche socialmente abbastanza accettate, non ascrivibili in ambiti e contesti precisi e sfuggono anche a vincoli d’età. L’accettazione è stata un processo lungo e contrastato perché se inizialmente tali elementi erano indice di ribellione e di provocazione all’autorità (Stato, famiglia, scuola) e al perbenismo (pensiamo agli anni ‘70 e ‘80), piano piano sono diventati semplici decorazioni svuotate del loro originario significato.
La massificazione di queste pratiche ha portato da un lato ad una perdita di contenuti originali, ma dall’altro un maggior controllo sugli aspetti professionali e igienici e una maggiore qualità tecnica nell’esecuzione. Da qualche anno a questa parte anche le sfilate d’alta moda hanno portato sulla passerella modelle e modelli dall’immagine sempre più elaborata e androgina, tatuati e multipiercing, su tutti Dior, Gautier, la Westwood e perfino Valentino.
Che senso ha marchiarsi oggi, in un’epoca in cui non esistono più correnti definite e schierate, e in cui ogni gesto pare già essere stato ideato, catalogato e fagocitato? Esiste sicuramente una ricerca estetica che travalica l’edonismo e l’esibizionismo per inseguire ideali personali di bellezza al di là dei dictat della moda. Per quanto siano diffusi piercing e tatuaggi una fetta della società trova ancora respingenti o autolesionisti coloro che vi si dedicano e ricercare l’equilibrio in sfere non incasellate ha ancora oggi un certo fascino per chi si vuole in qualche modo distinguere e rendere unico. Questo non riguarda solo le pratiche legate alla body art ma anche le scelte legate all’abbigliamento che, non dimentichiamolo, è uno dei principali mezzi con cui le persone esprimono se stesse.

E’ innegabile inoltre che la progressiva spersonalizzazione, l’adesione cieca delle masse a brand commerciali nel tentativo di uniformarsi ai canoni proposti/imposti scateni la reazione di chi cerca di sottrarsi a questo meccanismo. In tal senso la body modification diviene veicolo di espressione del singolo e piercings, scarificazioni, tatuaggi e impianti, che continuano ad essere pratiche di nicchia, aiutano a sottolineare un rifiuto all’obbedienza. E il diniego tutto sommato prosegue, come un fil rouge, il percorso di sfida all’ordine costituito che risale alle origini di tali pratiche in Europa.
Cosa resta ancora del gesto primordiale? Resta l’esperienza soggettiva del dolore che, come nella citazione di Gina Pane, ci rende estremamente coscienti della nostra vulnerabilità, della nostra caducità, in una parola della nostra umanità.










