Un certo machismo di maniera ha contribuito e contribuisce a diffondere il falso mito che la virilità si colleghi strettamente al consumo di carne. Questa idea affonda le sue origini nell’età della pietra in cui l’uomo cacciava e la donna badava alla “casa” prima della creazione di villaggi stanziali e prima della diffusione dell’agricoltura. Una concezione antiquata e priva di fondamento? Certo, ma viene applicata pedissequamente anche al giorno d’oggi, con pericolose conseguenze anche politiche. Vi pare esagerato?

Ormai da diverso tempo gruppi online dedicati al mito del maschio e che incitano ad adottare tutti i tipici comportamenti tradizionalmente attribuiti agli uomini (compresa l’aggressività) portano avanti una campagna denigratoria verso chi adotta altri stili di vita alimentare, fenomeno ben raccontato dal quotidiano on line Il Post in un articolo recente su dieta vegana e stereotipi.
Il vegano e il vegetariano vengono chiamati “Soy boy”, cioè ragazzo soia, con riferimento al fatto che la soia abbia poteri femminizzanti e quindi renda meno virili. Se ancora non vi sembra abbastanza politica questa attività discriminatoria è soprattutto appannaggio delle destre, ovvero quelle roccaforti che hanno fatto della triade Dio, patria e famiglia (rigorosamente etero) il loro credo. Soy boy si estende, per gli esponenti di questi gruppi, non solo a vegetariani e vegani ma a tutte le persone che compiono scelte diverse e non rispondenti ai dettami del conformismo e, in generale, indicano in modo dispregiativo tutte i non desiderata: immigrati, esponenti della comunità lgbtq+, professanti altre fedi religiose, persone con disabilità.
Dalla discriminazione online si passa facilmente alla sua declinazione nel quotidiano per cui le persone che operano scelte alimentari vegan vengono spesso prese in giro, anche bonariamente, da colleghi di lavoro in mezzo a situazioni di disagio e imbarazzo. Non c’è bisogno di arrivare a episodi di vera violenza per riconoscere un problema sociale, sono sufficienti anche gli indicatori del fastidio e della derisione. Insita in questa idea c’è una visione della compassione verso gli animali che è considerata tipicamente femminile e quindi svilente se rapportata a un uomo. Da un punto di vista scientifico e nutrizionale ovviamente la teoria non sta in piedi ma resiste solo come dogma per promuovere una mascolinità carica di odio. È invece provato che il consumo di carne causa danni pesanti all’ambiente per via dei gas serra e che gli allevamenti, oltre ad essere dei luoghi di sofferenza, sprecano quantità d’acqua inimmaginabili. E ancora: disboscamento che impoverisce il terreno favorendo disastri come le inondazioni, riscaldamento globale, inquinamento. La rivista scientifica PLOS One ha pubblicato lo scorso novembre i risultati di una ricerca effettuata dalla University of Leeds dal titolo “Variazioni nelle emissioni di gas serra delle diete individuali: associazioni tra le emissioni di gas serra e l’assunzione di nutrienti nel Regno Unito”: secondo i ricercatori di Leeds, le diete non vegetariane sono responsabili del 59 per cento di gas serra in più rispetto alle diete vegetariane, e gli uomini sono responsabili del 41 per cento di emissioni in più rispetto alle donne proprio per via delle scelte alimentari basate sul maggiore consumo di carne.

“Purtroppo nell’ultimo mese la parola guerra è stata s-tabuizzata in Italia e le persone comuni si accalorano parlando di riarmo, difesa armata, deterrente nucleare e forze armate in modo preoccupante, quindi il tema del veganismo e del vegetarianesimo è molto interessante e attuale – ci ha detto Alessandra Guigoni, antropologa culturale specializzata in cibo – In passato alla carne si riconosceva un ruolo primario, perché una dieta forzosamente povera di proteine animali ma soprattutto povera di calorie aveva reso la popolazione europea ‘debole’ non solo dal punto di vista fisico ma anche mentale, con ritardi e deficit intellettivi. Personalmente sono onnivora ma riconosco che eticamente il consumo della carne andrebbe limitato sia per ragioni legate alla sostenibilità ambientale sia per ragioni etiche, legate alle sofferenze inferte agli animali, specie di quelli allevati in modo intensivo. Il principio di One Health ci ha insegnato che il nostro benessere psico-fisico è connesso a quello del pianeta, dell’aria, della flora e della fauna. La pandemia ha evidenziato le storture di una globalizzazione e di uno sviluppo acritico e spesso amorale e umorale. L’attuale situazione internazionale impone dei ripensamenti profondi anche sulla dieta. Il chilometro zero, da molti snobbato come provinciale, oggi sta diventando una esigenza, in vista di possibili rincari e carestie. La diminuzione di consumo di carne, specie rosse, specie di salumi, di specie ittiche in pericolo di estinzione, seguendo lo slogan ‘mangiare meno e meglio’ dovrebbe essere in cima all’agenda delle nazioni. Molti pensatori, molte pensatrici sono antimilitaristi + pacifisti + vegetariani + antispecisti + atei o agnostici + femministi + paladin* dei diritti delle comunità LGBT+. Non è un caso, perché la guerra verso l’altro, o viceversa il rispetto sono un fatto sociale totale, che a mio parere coinvolge tutti i piani dell’esistenza, nel privato e in pubblico”.










