Aspettavo con curiosità questo Album, lo aspettavo da più di 5 anni, considerato che “Fenomeno” non era entrato nelle mie grazie a causa di una sua piattezza ed abbastanza assenza di tensione, insomma grazie al fatto di essere stato un album veramente innocuo, mentre il precedente “Squallor” era riuscito nell’intento di prendermi un po’ alla sprovvista e rimanere ancora nei ascolti dopo svariati anni.
Aspettavo con curiosità questo album mentre ascoltavo con molta banale passività l’innumerevole serie di featuring assegnati al Fibroga, da Bassi Maestro a Madame, NightSkinny, fino alla comparsa sulle 64 Bars di Redbull che aveva rilanciato la sua presenza online (volutamente prossima allo zero) poco prima dell’uscita dell’album, solo per citare alcuni esempi.
Aspettavo con curiosità ma forse ormai pensavo che sarebbe passato ancora così tanto tempo che forse non avrei più voluto nemmeno ascoltare una barra del rapper di Senigallia, colui che rivoluzionò totalmente la scena nei primi anni duemila (ebbene si, parliamo di un Artista con più di venti anni di carriera) per cui, ora, di fronte a “Caos” i miei primi pensieri sono stati assolutamente dubbiosi su cosa Fibra – artista da sempre serio e professionale – fosse riuscito a confezionare.
Insomma, questi cinque anni non sono passati invano, anzi. Fibra ha raccolto una opera interiore quasi enciclopedica di se stesso, una sorta di autobiografia totale dall’alto dei sui 45 anni.
Un’ Opera che inizia con un riassunto delle puntate precedenti come “Intro” che testimonia il vero leitmotiv di Fabri Fibra, ovvero la funzione salvifica che è stata la musica per lui.
Un Fibra che continua a celebrare la sua storia con “Godfellas” (insieme a Rose Villain) e “Brutto Figlio Di” dove non esita a confermare la sua posizione di numero 1 della scena, ci aiuta a farci rifamiliarizzare con il suo stile di sempre e prepara la scia verso la virata di stile di “Sulla Giostra” insieme a Neffa che, insieme a “Stelle” (ovvero quello che molto probabilmente sarà il singolo estivo grazie anche alla presenza del Carucci degli Ex Otago) e “Propaganda” con il duo Colapesce-DiMartino calca la mano con il suo sarcasmo verso la società, come per chiudere anche il secondo capitolo dell’album.
Fino a qui tutto bene, insomma.
A questo punto inizia la fase introspettiva dove Fibra riaffronta, porta a galla, espone con la sua solita trasparenza i suoi lati più nascosti ed intimi, le sue paure, il suo fianco più debole senza alcuna timore, ritrovando una freschezza di esposizione che ricordavo in alcuni tratti di “Squallor” e nelle uscite di circa quindici anni fa di “Tradimento” e “Bugiardo”.
Ora l’introspezione cambia di prospettiva ed abbraccia un angolo quasi di 360° diventando, come dicevamo, quasi una enciclopedia, una summa di Fibra che forse ricorda nella struttura quasi “Noi, Loro, Gli Altri” di Marra ma espandendosi anche nel tempo e non solo mantenendo la visuale del presente come nell’album del ragazzo della Barona.
Il momento forse più toccante si raggiunte in “Noia”, “Nessuno” e “Liberi”, grazie anche ai featuring di Marracash e Francesca Michielin dove, forse, Fibra si libera di molti pesi rendendosi conto che si può essere “liberi, anche di stare bene”.
Come tutte le opere omnie l’Album termina con un “Outro”, chiudendo il cerchio di un viaggio dentro, fuori e, ripeto, nel tempo, di un Artista con alle spalle più di venti anni di carriera, che ha innovato nella musica rap e non solo, è stato una icona nei primi anni 2000 dove nemmeno esisteva l’amplificatore social, è stato in grado (non senza ferite) di sopravvivere prima di tutto al caos di se stesso e poi a quello esterno.
E questo Caos è anche un po’ nostro.
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