Dopo circa un decennio un conflitto armato quasi sottaciuto, come spesso accade, è sfociato in una guerra di dimensioni ben più elevate e gravi. L’Ucraina, tuttavia, non è una terra di mezzo immaginaria, come quella di tolkiana memoria, e non è neppure semplice individuare responsabilità e dividere nettamente da chi combatte per la Compagnia dell’Anello e chi per Sauron. L’unica certezza è che ancora una volta a pagare il fio, come in Palestina, in Siria, in Iraq, in Afghanistan o in Cecenia, sarà la popolazione. Chi combatte? Soldati che talvolta non sanno neppure il perché e altri che pur non sapendolo se ne infischiano, abbandonandosi alle più brutali nefandezze. Altri ancora, mercenari o spinti da svariati “alti principi” che vi si recano volontariamente. Una guerra, che per molteplici aspetti, ricorda quella che migliaia di soldati italiani e fra essi tantissimi sardi, si trovarono a combattere in quelle terre nel rigido inverno fra il 1942 e il 1943, quelli che Cicitu Masala chiamò “sos laribiancos”, “quelli dalle labbra bianche”.

Tiominikov, Ivanovka, Volsok, Bielovolsk, Kantemirovka, Tambov, sono località dai nomi quasi impronunciabili dove riposano le spoglie di oltre mille soldati sardi caduti sotto il fuoco dell’Armata Rossa o periti per la fame e le malattie in prigionia. Erano partiti quasi baldanzosi e festanti coi loro rispettivi reparti, con quelle che allora venivano chiamate le tradotte, convogli ferroviari militari composti di carri destinati a trasportare le truppe dell’esercito regio, che dovevano raggiungere il fronte orientale in appoggio alle armate tedesche impegnate nella crociata contro la patria del “bolscevismo giudaico”. O almeno, questo era quanto era stato detto loro.
Attraverso la Bassarabia e la Transnistria , a partire dall’ estate del 1941 raggiunsero a più riprese l’ovest ucraino. Erano i fanti della “Pasubio” o della “Ravenna”, che un poco fraternizzavano con le popolazioni e imparavano qualche frase in ucraino per chiedere un poco d’acqua o del tabacco. Ammirati contemplavano la campagna e gli sterminati campi di girasole e di grano. Quanto appariva lontana la guerra, ma quel sogno sarebbe durato poco, e presto l’inverno avrebbe presentato il conto a tutti quanti.
Giuseppe Mattana era uno di loro, un giovane fante di Meana Sardo, classe 1921 assegnato al 38 Reggimento Fanteria Ravenna. La sua divisione, una volta lasciato il Piemonte e dopo dieci giorni di viaggio ferroviario, aveva raggiunto l’ovest dell’Ucraina e in seguito a un’estenuante marcia a piedi di 870 chilometri nel caldo torrido, era arrivata a Stalino, l’attuale Donec’k. Giuseppe aveva marciato trasportando con se una mitragliatrice pesante Breda 37 sino alla regione del Don, dove il suo reggimento si era insediato nel settore dell’ansa di Werch Mamon. Forse anche lui pensava che quella guerra fosse giusta, che sarebbe stato facile sconfiggere i russi e che presto sarebbe tornato a casa. Ma quello al quale era stato assegnato era uno dei settori più complessi ed esposti dell’intero fronte meridionale, e sul finir dell’estate la “Ravenna” si trovò a contrastare gli attacchi russi che costarono un elevato numero di perdite. Era soltanto l’antipasto di quanto sarebbe arrivato con il “generale inverno”, dopo la battaglia di Stalingrado, e la conseguente controffensiva dell’operazione denominata Piccolo Saturno. A partire dall’11 dicembre 1941 l‘Armata Rossa cominciò a scatenare la sua Katiuscia – un micidiale sistema di lanciarazzi – sul reggimento e a far conoscere l’inferno a quei giovani ventenni che stavano sperimentando la brutalità di quella guerra che a loro era stata annunciata facile e veloce. Il 22 gennaio il reparto era quasi accerchiato dalla morsa delle fanterie sovietiche. Giuseppe sparava, sparava a ripetizione col suo Breda per cercare di dare una possibilità di scampo ai compagni. Un testimone oculare avrebbe raccontato che pur avendo la metà delle dita congelate, seguitava a sparare, fino a cadere, arma in mano, travolto dal fuoco nemico.
“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio” ( ‘Il sergente nella neve’ – Mario Rigoni Stern)

Questo fu il destino di tanti altri fanti sardi ai quali non bastò maledire il regime di Mussolini per fare ritorno a casa sani e salvi. Come Giuseppe Mattana morirono Giovanni Nonnis di San Sperate, Agostino Piga di Aggius, Francesco Bindinelli di Mamoiada, Francesco Fadda di Ploaghe, Francesco Pinna di Sarroch, Giuseppe Mereu di Urzulei, Salvatore Sechi di Santu Lussurgiu e centinaia di altri ragazzi vent’anni cresciuti sotto il fascismo e trascinati dalla perversa follia del potere a trovare la morte a migliaia di chilometri da casa. Sono i ragazzi con le labbra bianche dalla fame, dalla fatica e dal freddo, male addestrati e mal equipaggiati, raccontati da Francesco Masala, Giulio Bedeschi e Mario Rigoni Stern, o dal regista Giuseppe De Santis nel film ‘Italiani, brava gente‘. Erano ragazzi come quelli russi e ucraini che vediamo in questi giorni, ottant’anni dopo, nelle crudeli immagini che arrivano da quelle stesse zone, che mostrano i loro giovani corpi strappati alla vita, ancora una volta, per la follia di poche persone, che alla fine come diceva Gino Strada, in guerra mandano sempre i figli dei poveri.
“Ecco io sono morto in un posto come questo. Chissà se ci sono ancora i girasoli. Dove sono morto io. Non so neanche com’è finita questa guerra, se abbiamo vinto o abbiamo perso. Papà, non sarà poi vero che i morti ingrassano la terra meglio del concime. Io sarei proprio contento. Almeno è servito a qualcosa” (dal film ‘Italiani, brava gente’ )
Per volontà dei familiari le spoglie di Giuseppe Mattana vennero riportate a Meana nel 1995. Fu decorato con la medaglia d’argento al valore e gli venne intitolata una via del paese. Quanto vale, oggi come allora, una decorazione militare davanti a una giovane vita spezzata per la folle bramosia di un uomo solo? Nulla. Non vale assolutamente nulla.










