È possibile concepire il Male come qualcosa di quasi fisico? Guardarlo mentre dipana i suoi tentacoli sempre più fitti, sempre più lunghi fino ad abbracciarci?
“La città dei vivi”, nuovo libro di Nicola Lagioia, direttore del salone del libro di Torino, scrittore, curatore letterario, e vincitore del premio Strega 2015, edito da Einaudi nel 2020, esplora in tutte le sue sfaccettature il caso più efferato di cronaca nera avvenuto in Italia negli ultimi dieci anni: il caso Varani. Ne ha parlato lo scorso 18 a Cagliari in occasione del festival di letterature applicate Marina Café Noir organizzato dall’associazione Chourmo. All’incontro, condotto da Marco Cassini, è seguito un intenso reading tratto dal libro con l’attore Valentino Mannias e la band La città di Notte.
Luca Varani aveva ventritré anni e tanti progetti in cantiere. Manuel Foffo e Marco Prato, di estrazione più agiata, dopo giorni di delirio trascorsi a consumare cocaina e bere alcolici attirano Luca nell’appartamento di Foffo con la promessa di un compenso in denaro e dopo averlo narcotizzato lo sottopongono a ore di torture fino alla morte.
Una vicenda semplice nel suo enorme orrore. “A morte i mostri”, “Drogati figli di papà dovete fare la stessa fine”, “La pena di morte è troppo poco per voi”. Questi alcuni dei messaggi giunti a centinaia sulle pagine Facebook di Foffo e Prato, dei loro amici e parenti. Questo il tenore delle discussioni sul caso nei social e nei bar. Roma nascosta, Roma devastata, Roma perversa, Roma insalvabile che occulta un sotto mondo sordido e malato. E invece no, troppo semplice gridare al mostro e invocare la forca. Lagioia non si limita a riportare fedelmente atti del tribunale, verbali di interrogatori e estratti di interviste ma cerca di ricucire una vicenda di cui l’omicidio è solo il culmine di un abbandono e di una resa morale inquietante che dura da una vita.
Le storie personali, le disillusioni, le meschinità ma anche la gentilezza, i gesti generosi, la paura dei carnefici sono indagate esattamente come quelle della vittima e il risultato di questo puzzle doloroso getta nell’angoscia mentre il disegno che si delinea fa emergere una verità sgradita: in ognuno di noi può celarsi un mostro pronto a colpire.
Ci mettiamo sempre nei panni della vittima ma mai del carnefice. Questo non significa assolvere da colpe gravissime gli assassini e non provare la giusta empatia per chi ha incontrato una fine terribile, ma ci spinge a affrontare anche i drammi di vite contorte, di menti schiacciate dall’assenza di affetti, dalla carenza di attenzioni, dal crollo delle inibizioni, dalla consunzione nei vizi e nelle dipendenze.
Con grande delicatezza e rispetto Nicola Lagioia parla delle ultime ore di Luca e lo fa in modo rapido senza mai indugiare nel dettaglio scabroso; si libera di questa parte della storia, così abusata dai media e dalle chiacchiere di strada in modo morboso, come un atto dovuto ai fini della corretta e onestà narrazione dei fatti, ma la sua intenzione ultima è un’altra: restituire verità a una tragedia così complessa da richiedere una buona dose di professionalità e di empatia personale per poter raggiungere un risultato che di per sé non sarà mai soddisfacente, perché questo è un caso così nero da far sentire il Male, e una volta dentro non è facile da arginare.
Ciò che lascia questa bella, e allo stesso tempo, orrenda lettura è l’inquietudine di scoprire che in uno dei mille dettagli contenuti e rivelati possiamo riconoscere qualcosa di nostro: una piccola mania, una malinconia, un’insicurezza, un comportamento bizzarro, un po’ di paura del giudizio sociale, elementi in grado di farci riflettere che camminiamo tutti sull’orlo di un abisso in cui è troppo facile scivolare.










