Sono onesto, sono anni che non ascolto gli Iron Maiden, sono anni che volo veloce sulle loro nuove uscite ascoltandole una volta o due e poi le ripongo nel cassetto ormai digitale degli album archiviati in libreria. Non sono nemmeno uno di quei nostalgici per forza che deve paragonare tutto ai vecchi album, urlare come un vecchio al bar con qualche problema di udito che i primi album erano i migliori e le solite cose ben descritte su “Hooker With A Penis” dei Tool, semplicemente ascolto e rimango un po’ così, tra il dire e il fare,un po’ arreso, un po’ imbronciato e devio su altre uscite.
Questa volta, poi, la stavo quasi prendendo a ridere, vedere Eddie vestito da Samurai, con questo titolo dal sapore nipponico che in cuor mio mi evoca più una delle Arti di “Naruto” che il titolo di un album, mi stava predisponendo alla risata malinconica di chi vede barcollare un po’ i propri idoli verso il viale del tramonto.
Bene, invece mi sono piacevolmente ricreduto.
Dopo 40 anni di carriera, arrivati al 17esimo Album, dopo alti e bassi clamorosi, dopo la dipartita e poi il grande ritorno di Bruce Dickinson nel 2000, gli Iron Maiden hanno continuato a sfornare album con una buona regolarità senza però tirare fuori un capolavoro come quelli del decennio 80-90.
Ma, onestamente, trovatemi una band dalla durata quarantennale senza cadute di stile – a meno che non siano i Depeche Mode of course –
E quindi lasciamoci ben trovare da questa ultima fatica degli Iron, 1h e 20′, 10 Tracce e si, è vero, nessuna spicca come avrebbe fatto una “Aces High”, ma siamo sempre di fronte ad un album forte, granitico, che si lascia ascoltare bene, che lascia comunque in bocca quel sapore di Iron costruito negli anni e mai smentito dalla band (un altro punto a favore per gli inglesi)
L’iniziale “Senjutsu” entra subito bene in circolo, “Stratego” e “The Writing On The Wall” sono pezzi assolutamente godibili, purtroppo la situazione diventa difficile da “Lost in A Lost World” in poi, non rimane sempre facile sopportare canzoni della durata superiore ai sei, sette minuti a meno che non siano opere uniche dell’album, non come in questo caso però.
“Senjutsu” riesce quindi nella fatidica impresa di mantenere il nome degli Iron nell’Olimpo dell’Heavy Metal, confermando le solite strutture care al gruppo inglese ma portando anche alcune piccole gradevole deviazioni quali innesti più folk, acustici.
Mi ripeto, penso che sia quasi impossibile per gli Iron tirare fuori un capolavoro come lo erano i vecchi album, ma la loro serietà, professionalità, capacità di scrittura ed esecuzione, rimangono sempre un marchio indelebile ed inattaccabile da qualsiasi polemica o chiacchiera da fan invecchiato male.
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