Quando muore uno scrittore che amiamo molto, il pensiero più doloroso è realizzare che non ci sarà più un suo libro nuovo da leggere. Nel caso di José Saramago, scomparso dodici anni fa a 88 anni, la grande consolazione è stata realizzare che avremmo comunque avuto una produzione sconfinata di scritti, romanzi, saggi, poesie, racconti e memorie. Ogni sua pagina, poi, ci regala infinite letture, suggestioni e dettagli ricchissimi, tanto che potremmo rileggerla più volte trovando sempre una visione nuova. Eppure ci manca: ci manca la sua scrittura così caratteristica, la sua incredibile capacità di raccontare il presente come le epoche più lontane, la cura nel delineare i protagonisti delle sue storie, la dolcezza nel dipingere le creature più fragili. E ci manca tanto l’abilità con cui scriveva le storie più visionarie con parole semplici, tanto da farci vivere vicende impossibili come se ci fossimo dentro.

Oggi, 16 novembre 2022, Saramago, all’anagrafe José de Sousa Saramago, avrebbe compiuto cent’anni, e il suo Portogallo si prepara a celebrarlo con eventi, letture, cinema, incontri, progetti per scuole e biblioteche e conferenze: il programma più consistente è a Lisbona a cura della Fondazione José Saramago; alcune case editrici italiane poi hanno appena dato alle stampe riedizioni e pubblicazioni nuove (Feltrinelli, ad esempio, ha fatto uscire ieri “I suoi nomi, un album biografico”, e il primo romanzo con il titolo originale “La vedova”).
Se fosse ancora tra noi, certamente avrebbe osservato i fatti contemporanei, dall’emergenza sanitaria alla guerra in Ucraina, dalla crisi climatica al quella sociale, con la sua consueta lucidità e sempre con grande empatia verso i più deboli e gli oppressi. Anche in vecchiaia José non mancava di commentare politica e attualità, e non solo del suo paese ma del mondo intero: intorno al 2008 aveva aperto un blog a cui affidava pensieri e ricordi ma anche osservazioni sulle vicende di quei giorni; tra gli ultimi post, pubblicati nel febbraio 2010 quindi appena cinque mesi prima di morire, parlava del dramma di Haiti appena distrutta da un terremoto come la sua amata Lisbona, che nel 1755 fu devastata da tremende scosse che uccisero 90 mila persone.

Con il Portogallo ebbe un rapporto difficile, dato che visse i suoi primi cinquant’anni sotto la dittatura di Salazar, e iniziò a lavorare e vivere in piena libertà solo dopo il colpo di stato che mise fine al regime nel 1978. Impossibile sintetizzare la sua vastissima produzione letteraria, dal romanzo d’esordio “Terra del peccato” che in seguito ripudiò si dedicò alla scrittura e contemporaneamente al lavoro di giornalista, editore, traduttore, poeta, critico e drammaturgo, attività che gli valsero il Premio Nobel per la letteratura nel 1998 perché “con parabole, sostenute dall’immaginazione, dalla compassione e dall’ironia ci permette continuamente di conoscere realtà difficili da interpretare”.
“Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), “Cecità” (1995) e “Le intermittenze della morte” sono certamente i titoli più famosi (e infatti la casa editrice Feltrinelli ha scelto di ripubblicarli con una nuova edizione in occasione del centenario), ma non possiamo non citare tra i più amati e significativi “Memoriale del convento (1982), “L’anno della morte di Ricardo Reis” (1984), “La caverna” (2000), “L’uomo duplicato” (2002), “Caino” (2006), e tra gli scritti autobiografici “Le piccole memorie” (2006).
José Saramago aveva straordinarie doti di narratore nel descrivere fatti assurdi e surreali (una improvvisa epidemia che rende tutte le persone cieche nel mondo, tranne una; l’uomo che scopre di avere una copia identica di sé stesso; il paese dove da un giorno all’altro non muore più nessuno), nel riscrivere storie della mitologia antica o della tradizione cristiana, nel raccontare piccoli episodi quotidiani apparentemente insignificanti ma ricchi di poesia. E se è vero che ci ha lasciato tante pagine da leggere e rileggere, tanti personaggi da conoscere e approfondire, ci manca proprio il suo amore per la bellezza, per le foglie di un albero che si rivelano alla luce della luna appena mosse dal vento, delicate.










