La terza edizione di “How to Film the World”, rassegna biennale nata per iniziativa del Carbonia Film Festival in programma da 7 al 10 ottobre, prende il via con una suggestiva esposizione che sarà inaugurata giovedì alle 18 negli spazi della Biblioteca Comunale di Carbonia: in mostra ci sono 58 scatti realizzati da giovani immigrati o nati in Italia da almeno un genitore di origine straniera, di età inferiore ai 35 anni.
L’appuntamento, promossa da FIERI – Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione insieme al Centro Servizi Culturali-Carbonia della Società Umanitaria, e in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, ha ricevuto anche il patrocinio di Rai per il Sociale. L’esposizione è destinata a viaggiare in molte città tra cui Torino, Bologna, Padova e Milano; Carbonia è la sua prima tappa.
Migrazioni, lavoro e identità sono i temi portanti di “Sguardi Plurali sull’Italia Plurale” e dell’indagine su tutto il territorio nazionale alla ricerca, mediante un bando, di artisti abili nel raccontare la loro storia attraverso la fotografia. La risposta a questa richiesta è arrivata da 19 artisti che fanno parte della cosiddetta seconda generazione, alcuni sono richiedenti asilo e rifugiati, altri italiani, altri in attesa di cittadinanza. Il loro modo di approcciarsi alla fotografia è ovviamente molto personale e i dieci scatti che ogni autore ha portato in mostra sono espressione di un mosaico carico di emozioni intime, storie e richiami alle proprie radici culturali, talvolta mai conosciute ma comunque sentite.
Il percorso si distingue nei 44 frames realizzati dai tre vincitori del concorso e in 14 pannelli frutto della selezione operata dalla giuria, che ha voluto includere uno scatto di ogni partecipante non premiato, perché il senso corale di questa mostra sia ancora più evidente, a partire dalla scelta di un titolo parlante.
“La nostra società non consente più di chiedere a qualcuno da dove vieni, perché ormai c’è una fusione così profonda, specialmente per i nati della seconda generazione, che la domanda non ha senso – ci ha detto Delio Jasse, che oltre a far parte della giuria ed essere un artista, nelle giornata inaugurale del festival è stato impegnato anche con i ragazzi dell’istituto superiore ‘Angioy’ di Carbonia con il laboratorio ‘Tornare all’immagine‘. – Mi piace la fusion in tutto, ma non bisogna dimenticare la storia e usare i giusti termini per non perdere il contatto reale con la memoria delle cose. Un esempio? In Italia si usa la parola Ambaradan per dire casino, un’espressione poco corretta perché la parola si riferisce al massacro avvenuto sul massiccio dell’Amba Aradan, in Etiopia, ecco questo è indice di poca sensibilità e di scarsa conoscenza della storia. Bisogna conoscere per poter creare: con il mio laboratorio ho voluto stimolare i ragazzi a riscoprire il valore dell’immagine, del processo creativo e della stampa. Oggi c’è una banalizzazione dell’immagine, la foto è spesso ridotta a promemoria e c’è troppa improvvisazione che impoverisce la cultura della fotografia. Il percorso del laboratorio mira proprio a raccontare come nasce uno scatto, come funziona un archivio e anche le tecniche di stampa dall’ottocento, perché si capisca che dietro a uno scatto c’è una struttura complessa”.
La giuria che ha valutato le fotografie, composta da Pietro Cingolani (antropologo, Università di Bologna e FIERI), Monica Poggi (curatrice di CAMERA, Torino), Annalisa Frisina (sociologa visuale, Università di Padova), Mariagiulia Grassilli (antropologa, Università di Bologna e direttrice del Festival Human Ri- ghts Nights), Délio Jasse (fotografo e videoartista), Suranga Deshapriya Katugampala (fotografo e videoartista) e Andrea Tinterri (Curatore e critico d’arte contemporanea per la Società Umanitaria) ha assegnato tre premi da 2 mila, mille e 500 euro.
I vincitori sono Oleksandra Horobets con il progetto “Kolobok”, Karim El Maktafi con il progetto “They call us second generation”, Danielle Souza da Silva con il progetto “Diario di bordo”: i linguaggi fotografici utilizzati sono molto differenti ma trovano terreno comune in un forte intento di condivisione e di comunicazione. Questi artisti hanno saputo interpretare in modo particolarmente riuscito la condizione umana e universale di stranieri nella propria terra, mostrando sensibilità e attenzione a ciò che li circonda. Un senso di identità sospesa, a volte conflittuale, consapevolmente pervade questa mostra destinata a far riflettere non solo sulla questione migranti ma, in una visione più ampia, sulla definizione stessa di società civile.










