‘’Il teatro non deve essere perfetto, ma deve farti sentire qualcosa di forte dentro, altrimenti non esiste’’. Sergio Piano, 66 anni, fondatore e direttore artistico del Teatro degli Intrepidi Monelli, ha occhi vispi e modi gentili nel conversare, mentre cammina nel suo teatro in viale Sant’Avendrace a Cagliari davanti alla suggestiva Villa Laura in una soleggiata giornata di inizio autunno. Il rione dove è nato e cresciuto, in cui si è appassionato al mondo del teatro e dove ha deciso, dopo tanti anni di esperienza alle spalle, di aprirne uno suo attivo dal 2015. Una sfida che dimostra quanto arte e periferia siano un connubio indissolubile e una via importante da percorrere, capace di sorprendere e regalare momenti indimenticabili. Momenti scanditi da battute, spettacoli, sipari che si aprono e si chiudono testimoni di attimi che vivranno in eterno.
Il Teatro degli Intrepidi Monelli nasce nel 2015, l’omonima compagnia nel 2008 ma tu sei nel mondo del teatro da molto prima.
Proprio così, esattamente dal 1978 quando conobbi Massimo Michittu ovvero uno dei fondatori del Teatro Alkestis.
Quando nasce la tua passione per la recitazione?
Nasce quando avevo 19 anni, comprai da un mio amico una cinepresa Super 8 e giravo qualche piccola scena, ero sia attore che regista. Quelli sono stati i primissimi esordi, però già da bambino ero rimasto profondamente colpito da attori come Corrado Pani e da sceneggiati come ‘’I Fratelli Karamazov’’.
Come hai conosciuto Massimo Michittu?
Lo conobbi perché Massimo aveva bisogno di uno spazio in cui fare le prove e io avevo all’epoca un locale in via Is Maglias che abbiamo utilizzato sino al 1990, anno in cui con il Teatro Alkestis ci siamo trasferiti nella sede in via Loru. L’incontro con Massimo per me è stato molto importante, sino a quel momento ero autodidatta: conoscerlo mi ha permesso di maturare, è stato in grado di trasmettermi la costanza nel ricercare nuovi modi di approcciarsi all’interpretazione senza fermarmi mai.
Quali sono stati gli incontri più significativi nel tuo percorso oltre quello con Michittu?
Sicuramente quello con Pierfranco Zappareddu che conobbi nel 1980 e quello con Claudio Morganti con cui abbiamo collaborato attivamente dal 1993 al 2007.
Le esperienze che ti hanno segnato di più?
Sono state due: la prima fu la conoscenza di Ryszard Cieślak, attore di incredibile talento pupillo di Jerzy Grotowski. Eravamo alla cripta di San Domenico tra il giugno e il luglio del 1982 durante un laboratorio organizzato da Zappareddu. Rimasi profondamente colpito dalla semplicità e dalla umiltà di Cieślak, aveva una voce calda e un modo di fare schietto e diretto. Un altro momento che ricordo nitidamente fu nel 1983 quando passammo un mese con la confraternita religiosa dei Dervisci in Turchia. Fu davvero illuminante entrare in contatto con loro, potersi interfacciare con una realtà completamente diversa da quella a cui ero abituato ha indubbiamente ampliato i miei orizzonti, offrendomi nuovi spunti di riflessione.
Il 2008 è un anno importante, con la nascita degli Intrepidi Monelli.
Proprio così, la compagnia degli Intrepidi Monelli nasce ufficialmente nel 2008, da un’idea del sottoscritto e da un gruppo di miei allievi del Teatro Alkestis in cui rimasi sino al 2007. Il nucleo originario era formato da 9 persone, all’inizio non avevamo una sede fissa ma provavamo ovunque ci fosse la possibilità.
Nel 2015 arriva poi l’apertura del Teatro nel tuo quartiere in viale Sant’Avendrace.
Proprio così, i lavori sono cominciati alla fine del 2013. Chi passava lì vicino non credeva che stesse per aprire un teatro. Per me affrontare questa avventura è stata una scommessa e al contempo una piccola follia di cui vado orgoglioso: sentivo fortemente di doverlo fare, lo dovevo al mio quartiere.
Cosa provi, a distanza di 41 anni dal tuo esordio, quando vai in scena?
Provo la stessa energia e la stessa paura di quando sono salito sul palco per la prima volta nel 1982. Il momento in cui si apre il sipario è il fulcro di tutto.
Perché?
Perché lì capisco di esserci e di vivere realmente.










