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Quanto spaventa l’intelligenza? Il giornalismo è sotto attacco

Di Giacomo Pisano
26/04/2024
in Editoriale
Tempo di lettura: 3 minuti
Quanto spaventa l’intelligenza? Il giornalismo è sotto attacco

L’intelligenza spaventa tanto, a giudicare dal fatto che il mondo dell’informazione è sotto attacco. Mai come ora il giornalismo è stretto in una morsa che pare senza uscita tra regimi autoritari e censori, quando non dichiaratamente persecutori, disinformazione, infodemia, ricatto causato dalle regole dei social media e il grosso problema delle ingerenze delle grandi aziende per via dei fondi destinati alla stampa. Il panorama, anche italiano, è un teatro degli orrori. 

Processi farsa, continue querele intimidatorie e contratti precari inficiano l’onestà delle ricerche e delle indagini, inficiano l’informazione stessa. I doveri della deontologia e quelli dell’etica personale vacillano sul bordo di una voragine. Come combattere questo scenario decadente? Con una militanza quotidiana, con un’alleanza tra giornalisti che superi l’idea delle testate e degli interessi personali per qualcosa di più alto, con una reazione culturale forte che possa generare una forza in grado di fornire ciò per cui questa professione è nata: raccontare la verità e fornire alla collettività strumenti con i quali leggere il mondo e difendere la democrazia. Perché se non fosse chiaro la democrazia è in pericolo, così come la nostra Costituzione, continuamente attaccata e intaccata da quelli che ormai non sono più marginali e nostalgici rigurgiti fascisti ma il nostro governo.

Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, organizzato da Arianna Ciccone e Christopher Potter con la collaborazione di diversi partner dal 17 al 24 aprile, questa necessità emerge prepotente. Tutti i grandi temi del nostro tempo sono trattati con estrema attenzione: dall’emergenza climatica alle guerre in atto, dall’intelligenza artificiale e alle sue implicazioni socio politiche fino ai nuovi linguaggi, alla violenza di genere e alla scienza. Noi di Nemesis Magazine ci siamo stati e ne siamo entusiasti. Lo spazio per l’ego è nullo e si respira, finalmente, un’aria consapevole e collaborativa. Gli obiettivi sono chiari, da chi fa inchiesta a chi si occupa di reportage di guerra fino alla cultura che getta le basi per il pensiero libero e critico: bisogna ricostruire la fiducia del pubblico, costruire l’audience del futuro, coprire le aree grigie in cui si annidano le fake news e che generano mostri. Eliminare i bavagli, mostrarsi compatti davanti a un potere scellerato.

La sfida è ardua ma va raccolta, in gioco ci sono equilibri troppo importanti per fingere che nulla stia accadendo. Dal caso Assange fino al quotidiano Domani, al centro di un procedimento giudiziario che rischia di porre fine alla sua esistenza con la sola colpa di aver fatto con ogni cura il proprio lavoro.

La complicità dei media mainstream con i governi repressivi va in qualche modo contrastata se non può essere contenuta, non arrendiamoci ai video di gattini e pretendiamo vere notizie. La leggerezza non è il male assoluto, può essere intelligente e anche utile ma non bisogna permettere che questa scalzi la libertà di essere informati su ciò che accade.

Si torna a casa più motivati a fare bene, a fare luce, a dare voce a chi non la ha, a non sottrarci e fare la nostra parte. Si torna più consapevoli che non c’è evoluzione sociale senza evoluzione di pensiero, lo diceva Franco Battiato e aveva ragione. Ogni professionista è coinvolto e deve poter fare le giuste mosse sulla scacchiera dei media in piena libertà, pur nel rispetto del codice etico. Chi scrive di cultura, chi fa cultura, ha il dovere di restituire pluralità e profondità, di stimolare il senso critico, di essere parte integrante di questa transizione verso un cambiamento.

Coltiviamo il coraggio, l’empatia e la solidarietà, sono queste le armi che occorrono per affrontare e vincere questa barbarie. Una battaglia ideologica, una guerra sui diritti negati, sul corretto uso delle parole che danno corpo al mondo in cui viviamo.  Come non farsi prendere dalla disperazione ce lo dice Maria Ressa, giornalista filippina premio Nobel per la pace nel 2021, perseguitata dal suo governo: “Siamo qui ora, teniamo viva questa energia e usiamola una volta fuori”.

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