Tony Bennett, l’ultimo grande crooner, se ne è andato in estate lasciando un vuoto che difficilmente potrà essere colmato (ne abbiamo parlato qui con l’articolo di Valeria Martini). C’è però tuttavia una generazione pronta a raccoglierne il testimone dove i nomi non mancano. Un posto in prima fila se l’è guadagnato da tempo Peter Cincotti. Il cantante americano dalla voce chiara ed elegante, songwriter accattivante, ottimo pianista, era atteso domenica 3 dicembre al Bflat di Cagliari in compagnia del trombettista Tony Glausi, del contrabbassista Mark Lewandowsky e del batterista Joe Nero. Oggi è stato ricoverato d’urgenza in ospedale a Palermo, città dove si sarebbe dovuto esibire questa sera.
Per quanti amano il pop-jazz-blues di qualità, era naturalmente un concerto da non perdere, anche perché Cincotti, nato a New York 40 anni fa, arrivava a Cagliari e in Sardegna per la prima volta, con un carico di canzoni pescate dall’ultimo recente lavoro “Killer on the keys”, omaggio a grandi figure del passato e del presente: Nat King Cole, Scott Joplin, Jerry Lee Lewis, John Lennon, Elton John, Billy Joel, Lady Gaga, Coldplay. E magari non sarebbe mancato qualche brano tratto dai precedenti album prodotti da gente come Phil Ramone (quello d’esordio catapultò il cantante appena diciottenne al primo posto della classifica jazz di Billboard), lo stesso di Sinatra, Ray Charles, Bacharach, Dylan, Simon&Garfunkel, Streisand e mille altri. E David Foster, vincitore di sedici Grammy nel cui book figurano Earth, Wind & Fire, Chaka Khan, Chicago, Average White Band e altri ancora, tra cui il nostro Alan Sorrenti: l’ipnotico incrocio tra piano e basso che segna l’intro di “Figli delle stelle” prima che la chitarra elettrica irrompa traghettando altrove, saltò fuori proprio dalla penna di Foster.
Decollata prestissimo (a dodici anni si esibiva da solo nei club della Grande Mela), la carriera dell’artista newyorchese di origine italiana (nonni di Piacenza e Napoli), ha preso forma quando Harry Connick Jr. pioniere del nuovo swing insieme a John Pizzarelli, lo notò per caso decidendo di portarlo con sé quando era ancora un ragazzino, avviandolo così a una impegnativa gavetta. “Lo stile swing è una questione di disciplina”, amava ripetere Bennett. Cincotti ne ha seguito lo spirito diventando un crooner di razza che in ogni caso sa guardarsi intorno assorbendo quello che di buono c’è nella musica. Una figura, quella del crooner, tutt’altro che facile, visto che bisogna saper affrontare prima di tutto un repertorio complesso e raffinato che affonda le radici nella tradizione swing, ma che non deve apparire fuori dal tempo, che punta molto sulla ballata romantica, stando attenti però a non scivolare nel mieloso.
Il papà di questo genere fu il dimenticato Gene Austin, anche se con la purezza della sua voce baritonale e il relax ritmico il maestro di tutti è stato Bing Crosby. Così è nato il solista, l’idolo della folla: bello, elegante, romantico. Proprio come Peter Cincotti, che in passato è stato testimonial per campagne pubblicitarie di Ermenegildo Zegna e Diego Della Valle e ha avuto anche qualche piccola parte nel film “Spiderman 2” e in “House of cards” a fianco a Kevin Spacey. Sempre per il cinema, ma questa volta come compositore di colonne sonore, ha firmato nel 2015 le musiche di “Le leggi del desiderio” di Silvio Muccino. Il pubblico televisivo lo ricorderà invece nel Sanremo del 2013 insieme a Simona Molinari, che gli aficionados hanno applaudito tre mesi fa a Cagliari per Forma e poesia nel jazz. Una curiosità: va matto per la pizza, di cui è estimatore ed esperto conoscitore. L’appuntamento con il concerto e con la pizza è solo rimandato.
(foto di Jan Harm Bakhuys per Wikipedia)










