Edizione dei record per l’Italia alle Paralimpiadi di Tokyo 2020, dal 24 agosto al 5 settembre 2021, con un medagliere di tutto rispetto: 69 podi complessivi, 14 ori e un insieme di traguardi che dimostrano quanto sia attivo il nostro movimento sportivo paralimpico.
La delegazione italiana ai Giochi paralimpici partiva già con un’imponente cifra di 113 atleti, cresciuta del +14,14% rispetto all’ultima edizione di Rio 2016. Una copertura notevole su 15 discipline, con una presenza femminile di 60 atlete su 53 atleti, con volti noti come Bebe Vio, Federico Morlacchi, rispettivamente portabandiera per la scherma e per il nuoto ma anche Martina Caironi (atletica) , Simone Barlaam (nuoto) e Francesca Porcellato (ciclismo), solo per citarne alcuni.

Bebe Vio e Federico Morlacchi 
Martina Caironi 
Simone Barlaam 
Francesca Porcellato
Le aspettative, dunque, erano alte e motivate dalla sempre crescente attenzione nei confronti dello sport legato alla disabilità, come ha dichiarato in apertura dei Giochi Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico (Cip): “La grande copertura mediatica delle Paralimpiadi degli ultimi anni ha favorito la nascita di una nuova consapevolezza sul tema della disabilità e stimolato riflessioni preziosissime sia sul ruolo sociale dello sport che sul concetto di abilità”.
Il dibattito che si è sviluppato nel corso delle giornate di gara ha infatti mostrato quanto sia articolata la riflessione che ruota intorno al modo di vivere e raccontare lo sport paralimpico, sempre in bilico tra lo sforzo di mostrarne la tensione agonistica, il valore sportivo e la tentazione di abbandonarsi alla retorica o all’inspiration porn, ovvero l’utilizzo morboso delle storie personali degli atleti con disabilità per enfatizzarne il ruolo motivazionale nei confronti delle persone senza disabilità. Il mondo delle persone con disabilità ha seguito le Paralimpiadi e tifato, ricordando quanto sia importante una narrazione corretta e rispettosa della dignità e delle potenzialità di ciascuno, anche una volta spenti i riflettori dei Giochi di Tokyo.
Un grande lavoro è stato fatto a livello di linguaggio giornalistico, con l’esempio positivo di Claudio Arrigoni, giornalista del Corriere e della Gazzetta che in apertura delle Paralimpiadi di Tokyo ha dedicato al corretto utilizzo delle parole e della comunicazione in ambito paralimpico un breve elenco di consigli dedicato ai colleghi dei media, che spesso scivolano sulle definizioni corrette o un uso distorto dei termini.
Sono numerosi e noti i successi raggiunti a Tokyo, come quello di Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto vincitrici di tutte e tre le medaglie del podio nella gara di atletica dei 100 metri femminili, o quello di Francesco Bettella, che ha inaugurato la scia di vittorie italiane nel nuoto con una medaglia di bronzo nei 100 metri dorso, ma anche quello mediaticamente più noto con Bebe Vio vincitrice della medaglia d’oro nel fioretto individuale femminile e dell’argento nella gara a squadre insieme alle compagne Andreea Ionela Mogos e Loredana Trigilia.

Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto 
Francesco Bettella 
Bebe Vio
E’ proprio la visibilità di atlete come Bebe Vio, che in occasione delle sue vittorie a Tokyo ha raccontato di aver recentemente rischiato una ulteriore amputazione per una grave infezione contratta nella scorsa primavera, a far riflettere su come sia difficile scindere il racconto personale degli atleti e delle atlete paralimpici dalla loro pratica sportiva e dalle loro prestazioni in campo. Termini come “eroi”, “coraggio” o espressioni eccessivamente legate alle menomazioni piuttosto che alla tensione agonistica rendono oltremodo difficile approcciarsi ai Giochi paralimpici principalmente come esperienza sportiva, ma questo rischio porta con sé un approccio sminuente e la convinzione che in fondo non sia una competizione pari a quella dei Giochi Olimpici.
Approccio e differente visibilità, quelli per le Paralimpiadi, che si traducono anche in un differente e minore valore dei premi in danaro per gli atleti. Un valore praticamente dimezzato, se pensiamo che alle Paralimpiadi si ricevono 75 mila euro per gli ori, 40 mila per gli argenti, 25 mila per i bronzi mentre i colleghi normodotati ricevono rispettivamente 180 mila, 90 mila, 60 mila per gli stessi traguardi. La motivazione risiederebbe nel minor impatto mediatico, con conseguente minor introito a livello di sponsor e circuito ma è evidente che esiste un problema culturale di approccio nel quale l’abilismo, ovvero la svalutazione delle persone con disabilità, gioca un ruolo determinante. Quest’anno il dibattito in merito è stato sollevato a livello mediatico a partire dal mondo sportivo per arrivare a quello politico, sfociando in interrogazioni parlamentari per la richiesta di equiparazione. Equiparazione che negli Stati Uniti, per la prima volta, è stata raggiunta proprio in occasione delle Paralimpiadi di Tokyo 2020.
Il battage mediatico, i titoli, i record e le polemiche sono serviti senza’altro a sollevare molti di questi temi, suscitando tra gli addetti ai lavori ma anche negli spettatori comuni che hanno seguito l’edizione dei Giochi di Tokyo la consapevolezza che si debba e si possa raccontare la disabilità con un diverso approccio e che tra i record dell’edizione 2021 dei Giochi paralimpici ci possa essere anche quello di un cambio di rotta in tal senso.










