Dopo 25 anni dalla sua prima volta Nathan Never, famoso protagonista della fortunata omonima serie di albi a fumetti della Casa editrice Sergio Bonelli Editore, torna a sostenere LILA Cagliari con una straordinaria campagna in occasione del 1 dicembre, giornata mondiale di lotta all’aids. Un’importante iniziativa che vede il coinvolgimento della Sergio Bonelli Editore insieme al disegnatore e attuale copertinista della serie Sergio Giardo e Bepi Vigna, autore di molti albi della serie, e uno dei tre creatori del personaggio insieme a Michele Medda e Antonio Serra, insieme noti con il nome della “Banda dei Sardi”. Oggi Nathan Never ritorna a parlare di HIV e prevenzione in tre nuove coloratissime tavole inedite realizzate per l’occasione. Lo fa con un linguaggio chiaro e moderno per divulgare tre messaggi chiave in cui suggerisce l’uso del profilattico, il ricorso al test e, in un ultimo un messaggio per ribadire che le persone con HIV in terapia non possono trasmettere il virus neppure nei rapporti sessuali non protetti.
L’appuntamento del 1 dicembre fa parte di una serie di iniziative promosse da Lila Cagliari sul territorio; tra queste, oltre a incontri con gli studenti e banchetti con test rapidi e senza prenotazione, ci sarà il corteo di sabato 4 dicembre, che raggiungerà il Bastione Saint Remy per ricordare le vittime dell’Aids: gli attivisti sfileranno a piedi e saranno raggiunti dalla rumorosa partecipazione del Vespa Club Cagliari.
La giornata mondiale di lotta all’aids è l’occasione per Lila Cagliari per fare il punto sulla situazione di prevenzione e contrasto alla malattia con una conferenza stampa tenuta nella sede di via Dante da Brunella Mocci, presidente Lila Cagliari e coordinamento nazionale Lila, Arnaldo Pontis, vicepresidente Lila Cagliari e responsabile comunicazione, Giacomo Dessì, ufficio stampa Lila Cagliari e responsabile scuola; con loro c’erano Bepi Vigna e Sergio Giardo, disegnatori della casa editrice Bonelli.
Lila denuncia l’inadeguatezza dell’attuale sistema di sorveglianza nazionale sull’HIV/AIDS che emerge ogni anno in modo più evidente. I dati sull’andamento dell’infezione da HIV in Italia nel 2020, appena pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità, sono, quest’anno, particolarmente lacunosi e parziali tanto che, lo stesso COA, il Centro Operativo AIDS, lo ammette più volte nel bollettino, addossandone la responsabilità esclusivamente alla crisi COVID. Questo, però, può essere vero solo in parte.
“Alla base dei nostri dubbi – spiega Brunella Mocci – c’è, soprattutto, il fatto che continui a mancare il numero complessivo di test eseguiti, tanto più importante in era COVID, vista la sospensione o la contrazione subita nel 2020 da molti servizi pubblici di screening”. Il dato sulle nuove diagnosi, risulta, pertanto, molto parziale, soprattutto rispetto al 2020. Inoltre non si riduce il ritardo di notifica, un problema che si ripropone dall’inizio delle rilevazioni ma che quest’anno, causa COVID, potrebbe aver assunto proporzioni superiori.
“U=U non viene valorizzato, la PrEP non viene rimborsata, i condom continuano ad avere costi inaccessibili per i giovani, le campagne di prevenzione in Italia non sono mai state fatte, nelle scuole l’educazione alla salute sessuale è impossibile. Ministero e Regioni non fanno nulla per fermare l’HIV. Se le infezioni scendono è solo grazie all’effetto terapie”. L’incidenza più alta di diagnosi si continua a registrare nella fascia d’età 25-29 anni: 5,5 casi ogni 100mila abitanti, più del doppio dell’incidenza media totale che è pari a 2,2 per 100.000 residenti. Considerando che il momento dell’infezione precede, solitamente anche di qualche anno, quello della diagnosi, è evidente come siano proprio i più giovani a pagare, ancora, il prezzo più alto di questa disinformazione organizzata di Stato, sostengono i responsabili di Lila Cagliari.
“A rendere più inquietante il quadro è l’andamento, drammatico, delle diagnosi tardive: nel 2020, il 40% delle persone cui è stato diagnosticato per la prima volta l’HIV aveva meno di 200 CD4 ed era, quindi, già in AIDS. Più di un terzo delle persone con nuova diagnosi si è sottoposto al test per sospetta patologia HIV correlata o presenza di sintomi (37,1%). Rileviamo, del resto, come le diagnosi tardive siano in costante aumento da anni; I nuovi casi di AIDS, nel 2020, sono stati 352, pari a un’incidenza di 0,7 nuovi casi per 100.000 residenti. Tale andamento ci segnala forti e permanenti criticità sul fronte dell’accesso al test, della conoscenza delle modalità di trasmissione del virus, nonché della percezione del rischio tra la popolazione generale. È probabile che, in gran parte, il calo delle nuove infezioni sia dovuto al ruolo sempre più determinante che sta giocando in merito la dinamica U=U, Undetectable equals Untrasmittable: se l’HIV, grazie alle terapie, non è rilevabile non è nemmeno trasmissibile. Attualmente, in Italia, circa il 95% delle persone in trattamento antiretrovirale si trova, infatti, in una condizione di non-infettività, una conquistata delle persone con HIV e della comunità medico-scientifica italiana. L’evidenza scientifica U=U si sta traducendo in un fattore di protezione personale e collettiva straordinario”.
“Le istituzioni sanitarie continuano a sottacere il valore di questa evidenza scientifica- prosegue Brunella Mocci -. Alla base di tali resistenze da parte dei nostri amministratori e politici, ravvisiamo il persistere di un atteggiamento culturale “punitivo” nei confronti delle persone con HIV: la colpa di cui si sono macchiate con comportamenti “immorali” non può essere facilmente estinta, l’espiazione non può dirsi conclusa; ammettere che si cura non sia più “infettivo/a” vuol dire doverne dichiarare la riconquistata libertà, anche sessuale e questa possibilità fatica a essere accettata, anche e soprattutto ad alti livelli istituzionali”.
La PrEP funziona: nel Regno Unito ha ridotto del 71% i casi di HIV nella popolazione MSM (maschi che fanno sesso con maschi) e in Australia in tre anni di PrEP ci sono stati 1,61 casi di infezione per mille persone all’anno, 10 volte meno di quanto sarebbe accaduto senza PrEP. Nonostante sia autorizzata dall’AIFA, la PrEP ad oggi in Italia non è ancora prescritta in tutti i reparti di malattie infettive e, a differenza di tanti altri stati europei, non è rimborsata dal sistema sanitario nazionale e spesso anche i test per le infezioni sessualmente trasmesse (IST) previsti dal protocollo sono a pagamento.










