C’è chi lo fissa per minuti interi, anche per ore. C’è chi invece cerca uno spunto all’esterno, una frase, una citazione. C’è chi si distrae, alla disperata ricerca dell’ispirazione. C’è chi scrive, cancella, riscrive, ricancella, alla ricerca dell’incipit giusto. La sindrome da foglio bianco spaventa tutti ma non Mariella Cortés, nata a Desulo, al centro della montagna sarda, lavoro a Milano, vita tra la Lombardia, la Liguria, che in pochi giorni di distanza ha dato alle stampe ben due libri: “Il grande libro delle storie non scritte” (Rizzoli) ed “Enigmistica Gentile” (Mondadori Electa Junior), quest’ultimo assieme a Giulia Tedesco. Due libri in un certo senso paradossali, perché sono più da scrivere che da leggere, sicuramente interattivi, da completare e con cui giocare, singolarmente o in compagnia.
Due libri in pochi giorni. Non si può dire che hai il blocco dello scrittore
[Ride] In realtà ce l’ho, ma nel senso che di storie ne immagino tantissime ma molte restano nel cassetto!
Scrivo continuamente storie, avvenimenti, immagino scenari, personaggi ma anche articoli o strategie di marketing che potrebbero accompagnare l’uscita di un romanzo, tante parti non necessariamente in connessione le une con le altre. Mi sono chiesta ‘Se tutte queste storie incomplete stimolassero altre persone a inventare, creare, raccontare o anche intrecciarle un po’ tutte per far nascere una nuova storia?’ “Il grande libro delle storie non scritte” nasce così.

Sei riuscita nell’impresa di realizzare un libro da far scrivere ad altri. Hai già ricevuto qualche scritto, qualche racconto, scaturito da “Il Grande libro delle storie non scritte?”
Sì, più di uno. Alcuni sono arrivati durante le presentazioni, altri durante la Write Along (progetti di scrittura collettiva, ndr). In occasione dell’uscita del libro, la casa editrice ha coinvolto una grande agenzia internazionale di digital marketing, la Tandem Collective, ed è stata lanciata la prima write along italiana: praticamente una settimana di sfide dove le book influencer coinvolte si confrontavano quotidianamente con gli spunti del ‘Grande libro’.
Si scrive senza la pressione del giudizio, si può scrivere anche per se stessi, senza necessariamente condividerlo. È poi successa una cosa che a me piace molto.
Ce la vuoi raccontare?
Diverse persone mi hanno scritto dicendomi che dal “Grande libro” non sono nati solo dei racconti ma dei dialoghi interiori. C’è un libro della poetessa Rupi Kaour, “Guarire con le parole” dove entri in dialogo con te stesso e ti racconti attraverso la poesia. Questa idea della scrittura come metodo per raccontarsi mi piace molto e vedo nel “Grande libro” sia uno strumento per la scrittura, intesa come narrazione pura, che uno strumento per liberare quella parte di noi creativa e che parla del nostro mondo interiore, senza però l’ansia della condivisione a tutti i costi.
Il Grande libro delle storie non scritte è tante cose: storie, personaggi, immagini, foto, suggestioni, una grafica e un’impaginazione pazzesca. Cosa non è, invece?
Non è una raccolta di storie, però può diventare una raccolta di storie personali. Non è un manuale di scrittura, ma è un activity book con cui interagire. Diventa un tuo diario personale della narrazione ma può trasformarsi in uno strumento didattico aiutare a superare una fase di stallo o supportare la ricerca di uno stimolo narrativo da cui partire.
All’inizio del “Grande libro” hai scritto ‘è pur da un dettaglio che bisogna partire’. Da dove sei partita per scrivere un volume così originale?
Da questa enorme raccolta di storie, di frasi, di dialoghi, di fotografie che nel tempo avevo raccolto con l’obiettivo di farne una grande storia, di cui ho parlato prima. E poi dal mio piacere nel coinvolgere le persone a raccontarsi o a cercare qualcosa di bello nel piacere della scrittura e della narrazione. Il mio dettaglio di partenza è sempre il divertimento. Altrimenti, che gusto c’è?

Raccontaci come sei riuscita a presentare un libro così particolare a Rizzoli
Con tanta fatica e determinazione. L’idea è del 2018 e le storie sono ancora precedenti. Prima di presentarla a Mondadori (capogruppo della Rizzoli, ndr) sono passati diversi anni, in cui ho lavorato per rendere il progetto comprensibile e allo stesso tempo immediato, che per un’idea così complicata non era semplice. Ho applicato la stessa modalità che utilizzo nei progetti di marketing: dallo scenario alle azioni, compreso il monitoraggio dei risultati, immaginando come sarebbero stati gli eventi di presentazione (che sono, infatti, interattivi). Solo quanto sono stata davvero sicura della forza del progetto ho deciso di presentarlo a Mondadori. Le ricerche di mercato, eravamo ancora in emergenza sanitaria, parlavano della necessità di un rimodellamento valoriale, di recuperare passioni, momenti per sé: quale miglior progetto di un libro creativo?
Cosa hai provato nel momento in cui ti hanno detto: “sì, te lo pubblichiamo”?
La risposta della casa editrice è stata immediata: ho mandato una mail alle 8 del mattino e alle 14 stavamo già parlando al telefono di come sarebbe stato il formato, quale sarebbe stata la collana, ecc. Mentre questa telefonata avveniva non riuscivo a capacitarmene. Non mi sono resa conto della bellezza di tutto questo nemmeno nei mesi in cui il libro è stato creato: ho avuto la fortuna di vederlo crescere di settimana in settimana, confrontandomi costantemente con le editor e l’art director che hanno reso realtà un sogno. Ho realizzato solo quando ho visto uno dei primi unboxing del libro da parte di una booktoker. E sono scoppiata a piangere.
Dopo questa emozione ne è arrivata un’altra: “Enigmistica gentile”
Tra l’uscita dell’uno e l’altro sono passati esattamente dieci giorni.
Come hai fatto a lavorare contemporaneamente a due libri?
Abbiamo iniziato la lavorazione del “Grande libro” a giugno 2022, la lavorazione è terminata a marzo 2023 e poi il libro è uscito a maggio. A fine 2022 mi è stato proposto da Mondadori un lavoro per ragazzi, fascia 8-12, che doveva essere dedicato al linguaggio gentile, rispettoso, alle emozioni. Eravamo a dicembre e ho detto subito sì: è un tema a me caro, molto presente nelle attività di formazione. E mi è stata proposta la collaborazione con Giulia Tedesco, enigmista di Torino, con la quale abbiamo lavorato come delle macchine per un mese e mezzo.

Com’è stato scrivere un libro con un’enigmista?
Buffissimo, un incontro tra mondi! Giulia ha un modo di pensare molto particolare e diverso dal mio. Se una storia può lasciar spazio a elementi interpretativi, il gioco enigmistico no, ha una richiesta e una sola soluzione. Con lei non ci conoscevamo e da quel momento i due mesi successivi sono stati uno scambio costante, perché storia e giochi dovevano dialogare. Io pensavo alla parte della storia e lei nello stesso momento stava ideando il tipo di enigma da associare. Ci siamo inventate questa formula: intrecciare una storia con protagonisti dei ragazzi a dei giochi enigmistici, andando però per livelli sempre più difficili, come se fosse un videogame. Tutto ciò che succede nella parte narrativa sui fogli a sinistra, la ritroviamo nei giochi enigmistici sulla parte destra del foglio. La realizzazione ha richiesto un confronto importante con insegnanti e famiglie a cui abbiamo chiesto dei riscontri sulle problematiche più diffuse, sui motivi di conflitto più frequenti, alla gestione delle emozioni.
Stiamo perdendo il valore della gentilezza?
All’ultima presentazione abbiamo chiesto a tutti di scrivere su dei bigliettini un’azione gentile che avevano fatto e ricevuto. Una signora mi dice “io non me le ricordo perché non ci faccio caso”. E questo per me è molto bello, perché significa che la gentilezza ti viene spontanea e naturale. Ma il mondo purtroppo non è così. C’è un grande bisogno di far caso a quello che è gentile, alle parole che utilizziamo, al modo in cui attraverso le parole noi possiamo distruggere persone e relazioni.
Avete compiuto scelte difficili?
Tantissime! Enigmistica Gentile è un libro che ha richiesto tanto studio e confronto. Il tema sulla lingua è di grande attualità ed è molto complesso. La scelta più semplice ha riguardato la decisione di non attribuire delle caratteristiche fisiche nette ai protagonisti, che invece raccontiamo attraverso le emozioni e modi di fare, lasciando spazio all’immaginazione di ogni lettore di visualizzare il protagonista così come preferisce.
Più complesse quelle che hanno riguardato la trattazione del tema del consenso e la ricerca di forme neutre che prevedevano anche l’eventuale uso dello schwa.
Perché non lo avete utilizzato?

Per farlo sentire vicino a tutte e a tutti, il libro doveva essere leggibile. Le persone ipovedenti o dislessiche, per esempio, rischiavano di non riuscire a leggere correttamente il testo. Così abbiamo cercato di utilizzare tutte le forme neutre possibili, dando poi al trio della storia l’incarico di indagare il tema. Adele, una delle protagoniste, a un tratto chiede: ‘ma perché quando vi rivolgete a noi usate il plurale maschile?’ a quel punto si apre tutto il discorso dedicato alla lingua.
Hai passato l’estate a presentare i tuoi volumi. C’è una categoria, un tipo di pubblico, che è ti ha dato più riscontro? Quello in cui risiedono più storie
Più che ragionare per categoria mi piace ragionare per luoghi. E tra i luoghi più interessanti ci sono le piazze, dove si incontrano persone insospettabili che si lanciano nella costruzione di una storia. Poi biblioteche e librerie sono i luoghi dove il “Grande libro” è più a suo agio.
Hai tante parole, tante suggestioni, per gli altri e per te. Cos’è invece che lascia senza parole Mariella Cortés?
L’idea di destino, inteso come incontri, come cose che succedono, coincidenze. Il fatto che in alcuni momenti della vita, si possono incontrare persone, visitare dei luoghi, senza che tu le stia cercando.
Ad esempio?
Marcinelle, miniera. Ero in visita in una giornata in cui non c’era nessuno. A un punto una persona dietro di me inizia a parlarmi, come se fosse una cosa normale. Io sobbalzo, mi giro e lui, senza fermarsi, mi racconta la sua storia: era un minatore torinese sopravvissuto alla tragedia perché é in quel giorno si stava sposando. Ora, di tanto in tanto, torna lì, per tenere viva la memoria. E quel giorno era uno di quei momenti.
Nasci a Desulo, ti formi in Sardegna, poi ti trasferisci a Milano, dove sei giornalista, scrittrice, formatrice e lavori nell’ambito del marketing. Se c’è, qual è la storia che ha inciso di più nella tua vita, quella che ti ha fatto prendere una strada decisiva per essere la donna che sei
Che domanda difficile! Perché io una strada mica l’ho presa, mi interrogo costantemente per sapere quale è la mia strada, perché in me convivono più anime. Le storie popolano la mia vita e sono talmente variegate da rendere difficile la selezione. Ho, però, un setting ricorrente, che fa un po’ strano per me che sono una sarda di montagna: le mareggiate, osservate dalle scogliere. Potrei osservarle per ore, senza mai stancarmi. E ogni volta che devo prendere una decisione, creare qualcosa di nuovo, o anche solo lasciar andare via i pensieri, se non ho una scogliera a portata di cammino ripercorro i movimenti delle onde, l’idea di un mare scuro e profondissimo, perso in movimento forsennato che ha un suo equilibrio.

E mi sovviene sempre la stessa poesia, la più bella di Montanaru (poeta di Desulo, ndr), “Bides tue su mare”:
E deo sò su mare,
E faghet intro cust’unda naufragiu
S’indomadu pensare
(Io sono il mare / E fa dentro quest’onda naufragio / L’indomito pensare)
Ed ecco che da un setting e un dettaglio nasce ancora una storia, che parla di connessioni sensoriali tra gente di montagna e mari profondi.










