Riconoscere la violenza di genere, individuare i campanelli d’allarme di una relazione tossica, avere le parole per denunciarla e gli strumenti per liberarsi da questo tipo di dinamiche. Sono i temi attualissimi al centro del libro di Carlotta Vagnoli “Maledetta sfortuna – Vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere” (Fabbri Editore), presentato in anteprima nazionale al Marina Café Noir, festival di letterature applicate a Cagliari nella sua diciannovesima edizione dal 16 al 18 settembre.
Il libro, fresco di uscita lo scorso 14 settembre, affronta il tema della nascita, dello sviluppo e delle implicazioni della violenza di genere, ragionando sulle possibili strategie di scardinamento e sconfitta del fenomeno a partire dalla presa di coscienza dei meccanismi che determinano la disparità tra il genere maschile e quello femminile. L’analisi contenuta nel saggio è chiara e dalla lettura agile, accompagnata da grafici, statistiche, articoli di giornale e conduce in un percorso impietoso che smonta pezzo per pezzo quella cultura patriarcale fatta di stereotipi e pregiudizi che accompagnano le donne fin dalla nascita e di cui spesso non ci accorgiamo nemmeno. Stereotipi che sono la matrice della relazione tossica tra i generi e nei confronti delle persone non binarie, basati sul concetto di possesso e prevaricazione ad opera del più forte, deresponsabilizzato perché aderente ad una immagine della quale sembra non potersi (e non volersi) liberare.
Carlotta Vagnoli, attivista femminista intersezionale, giornalista e sex columnist per magazine come GQ e Playboy è una divulgatrice capace di arrivare a grandi platee sui temi della parità, del consenso e della violenza di genere portando il suo vissuto di survivor che ha toccato con mano la violenza domestica, dalla quale è riuscita ad uscire. La potenza del suo messaggio è testimoniata dalla folla di giovani donne che hanno preso parte alla presentazione cagliaritana, accompagnando con ovazioni e applausi le sue parole che hanno toccato tutti i temi del libro e la stretta attualità, compreso il recente caso dei “cori da stadio”.

Carlotta Vagnoli 
Il titolo del libro, come spiega la stessa autrice, nasce dal fatto che la società racconta la violenza di genere come una questione accidentale, una sfortuna maledetta e inevitabile omettendo che invece si tratti di questioni profondamente culturali e radicate. “Quando si parla di violenza di genere – ha dichiarato la Vagnoli in una recente intervista – spesso la si fa passare per un episodio ‘sfortunato’, quando non lo è: un episodio è sfortunato se esco di casa, mi cade un vaso in testa e ci rimango secca. Ma se tutta la società che ho intorno mi insegna e mi predispone tutti gli elementi affinché il genere femminile sia considerato inferiore e di proprietà io non ho una sfortuna, ho una sfortuna che è maledetta.”
Il libro, capitolo dopo capitolo, mostra invece che il possesso e la prevaricazione tra i generi siano l’origine di una piramide di violenza accuratamente descritta e documentata. Concetti come slut shaming, catcalling, stalking e victim blaming vengono chiariti accompagnandoli da dati Istat, articoli di giornale, insieme ad una bibliografia che consente di ampliare le proprie conoscenze in materia.

Secondo Carlotta Vagnoli fare educazione femminile plurale, raccontare in prima persona esponendosi, fare rete tra organizzazioni, collettivi e centri antiviolenza sono gli antidoti contro la violenza e la cultura performativa dei generi intesi in senso strettamente binario. I social, che lei utilizza in modo sapiente con un seguito di oltre 250 mila follower su Instagram, sono uno spazio fondamentale per parlare di questioni che altrove non vengono trattate dando voce a categorie marginalizzate, attraverso la creazione di spazi intersezionali in cui conquistare la propria visibilità. Gli stessi social in cui, peraltro, trovano terreno fertile la stereotipizzazione della figura femminile, il revenge porn e tutte quelle dinamiche di narrazione della violenza, fino al femminicidio che altro non è se non l’eliminazione definitiva di colei che si sottrae a questo meccanismo di possesso.
Il libro diventa quindi uno strumento di coscienza, utile per muovere i primi passi fuori dalle dinamiche della violenza di genere e della prevaricazione verso una riscrittura del rapporto tra uomo e donna che parta dal consenso, questione che Carlotta Vagnoli pone come primaria, ritenendo necessario insegnare alle bambine e ai bambini i limiti del proprio corpo nella sfera delle relazioni, imparando a dire “no” basandosi sul rispetto reciproco. Libro che meriterebbe un’ampia diffusione nelle scuole, per accompagnare un percorso di vera e propria alfabetizzazione emotiva e di relazione.
“La vera rivoluzione contro la violenza è la cultura“, così afferma l’autrice nelle pagine finali del saggio, auspicando un’alleanza tra famiglie, scuola, ministeri, centri antiviolenza e istituzioni per garantire un cambio di passo e una presa di coscienza che scardini la violenza di genere dalle sue basi.










