“Il vecchio al mare”, breve e delicato romanzo di Domenico Starnone pubblicato da Einaudi nel 2024, è stato da poco riproposto dalla stessa casa editrice nella collana Super ET.
Grazie a un efficace espediente metanarrativo, la storia, quasi un diario, pare attingere agli appunti raccolti da un anziano scrittore durante il suo soggiorno solitario in una casa sulla spiaggia. Il conseguente ricorso alla prima persona fa sì che il tenore dell’opera coincida con l’ironico disincanto del protagonista, l’ottantaduenne Nico, il quale trascorre le giornate di un caldo principio d’autunno tra mare, lettura e gli sporadici incontri con alcuni abitanti della località vacanziera ormai abbandonata dai turisti: una giovane e attraente canoista e il suo bambino Ninì, sempre preoccupato per i mostri che infesterebbero il mare; la titolare di un negozio d’abbigliamento alle prese con un matrimonio infelice; un aitante e spregiudicato venditore di articoli sportivi; uno scontroso ex insegnante che setaccia l’arenile armato di un rudimentale metal detector.
Lo sguardo dell’uomo, animato dalla curiosità dello scrittore – che non a caso tiene nascosta la propria identità fingendosi un giudice in pensione –, si posa su questa umanità malinconica e un po’ malconcia, ne coglie scampoli di vita da annotare sull’immancabile taccuino, per poi rimetterli insieme e provare a ricostruire o immaginare amori, tradimenti, sogni e delusioni. L’antico vizio del narratore, che non potendo dominare la realtà prova a blandirla con l’uso sapiente della parola, si accompagna al velleitario tentativo di rinvigorire la propria esistenza, fiaccata dal peso degli anni, traendo energie dal vivere altrui.

Ma nella vita, come al cospetto della pagina bianca, non è dato essere semplici spettatori o testimoni, specie quando il carico della memoria si è fatto oneroso. E così, dalla scena sulla quale si consumano le vicende di quei personaggi in carne e ossa, poco alla volta emergono i ricordi personali del vecchio Nico: i matrimoni, gli allontanamenti e i divorzi; i rapporti con le figlie e con i nipoti; i primi giovanili approcci alla scrittura, ingenui e pretenziosi; e ancora più indietro, fino all’infanzia vissuta in ristrettezze economiche, segnata dalle intemperanze del padre, affetto da un’insanabile gelosia, e dall’esuberante vitalità della madre.
Ed è proprio la figura di quest’ultima a prendere corpo con maggiore forza, idealizzata e trasfigurata, resa dal tempo malleabile alla sensibilità dell’artista e al ricordo del figlio che anche nel fatalismo della vecchiaia continua a cercarla nei gesti, nei vezzi, nei desideri frustrati, in definitiva nella vita di ogni altra donna: “mia madre si stava sbrogliando distruggendo l’ordine del tempo, lei al futuro, io al passato remoto, lei con tanta vita da vivere, io alla fine, lei in fuga, di lieta dirompente goduria, io fermo – malfermo –, le spalle gravate dal fondo del suo fondo inespresso”.
E cos’è, dopotutto, nascere, crescere, invecchiare fino a fronteggiare la fine, se non ciò che Domenico Starnone ci racconta in queste belle pagine mai retoriche, nelle quali indagare le esistenze altrui è la chiave per una assorta introspezione? Nel consumarsi di un naturale e inevitabile distacco, un costante tendere alla madre in cerca del conforto che nessun altro potrà mai darci.










