Nel 1985 Doris Lessing tenne una serie di conferenze nel Massey College di Toronto che furono poi trasmesse dalla CBC, nel programma radiofonico “Ideas”. Il volume che raccoglieva i brevi saggi venne pubblicato nel 1986 e arrivò nelle librerie italiane dodici anni dopo, grazie a Minimum fax, col titolo “Le prigioni in cui scegliamo di vivere”, sottotitolo “Cinque lezioni sulla libertà”, nella traduzione di Maria Baiocchi. A giugno di quest’anno, la casa editrice romana ha dato alle stampe la terza edizione di un’opera che, alla luce dell’odierno contesto sociopolitico, appare ancora attuale e preziosa. Il che, e di seguito se ne comprenderà la ragione, è già una parziale conferma delle idee esposte dalla scrittrice e premio Nobel.
È bene ricordare come all’epoca delle conferenze, seppure fossero già in atto i processi che nel giro di qualche anno avrebbero portato alla caduta della cortina di ferro, resistessero ancora gli equilibri globali seguiti al secondo conflitto mondiale, con la contrapposizione tra il blocco sovietico e quello occidentale e le rispettive zone di influenza. Allo stesso tempo, i modelli industriali sui quali si era retta l’economia postbellica segnavano il passo in più parti, producendo un forte inasprimento delle tensioni sociali. Ne è un esempio la Gran Bretagna, paese dell’autrice, che aveva già dovuto assistere al tramonto della propria economia coloniale.
Scrive Doris Lessing: “È spaventoso vivere in un’epoca come la nostra in cui è difficile pensare all’essere umano come a una creatura raziocinante. Dovunque ci volgiamo vediamo brutalità, stupidità […] Ma io credo che, se è vero che c’è un generale peggioramento, è proprio perché le cose sono così spaventose che ne restiamo ipnotizzati, e non registriamo – o se registriamo, minimizziamo – le forze altrettanto potenti che si muovono nella direzione opposta, cioè in quella della ragione, della saggezza e della civiltà.”

E ancora: “Penso che quando le generazioni future ripenseranno al nostro tempo si meraviglieranno soprattutto di una cosa: del fatto che oggi sappiamo di noi stessi più di tutte le generazioni precedenti. Ma di tutto ciò molto poco è stato messo in pratica.”
Lessing descrive un’umanità predisposta a dividersi in fazioni, facile preda di indottrinamenti religiosi o ideologici, incline alle estreme semplificazioni della realtà su cui attecchiscono le contrapposizioni più violente. E, a prescindere dalla bontà dei propositi che ispirano le differenti dottrine, ciò che le accomuna è proprio la radicalizzazione delle idee e la conseguente sospensione di ogni approccio critico. La pretesa di essere nel giusto, unici detentori della verità da imporre agli stolti che non la riconoscono o che la mettono in dubbio. Tuttavia, non importa quanto una dottrina possa essere radicata, perché la storia ci insegna che arriverà il momento in cui si guarderà al passato e ci si stupirà di quanti ne siano stati ammaliati.
Si tratta di processi ciclici e pertanto prevedibili, già al tempo oggetto di studi approfonditi e dei quali anche i governi ritenuti democratici si servivano per indirizzare il consenso. Eppure, denuncia la scrittrice britannica, l’argomento era pressoché sconosciuto ai più e scarsamente dibattuto anche tra gli intellettuali.
Lessing poteva prevedere solo in minima parte i cambiamenti che da lì a poco sarebbero stati prodotti dai progressi della tecnologia, e come questi avrebbero modificato la comunicazione e l’accesso all’informazione. Nel giro di quattro decadi si è passati dall’era della carta stampata e della televisione a quella dell’interconnessione perenne. Ma, per quanto oggi il livello di scolarizzazione sia in media più elevato e le informazioni ci giungano in continuazione da un’incalcolabile quantità di fonti, le dinamiche non sembrano essere mutate. Quello che sarebbe dovuto essere il luogo virtuale in cui sperimentare vette di consapevolezza e di libertà prima d’ora impensabili – per molti versi è ciò che è accaduto – è divenuto anche l’agone nel quale dare sfogo alle più infime pulsioni e dove la verità è uno strumento da plasmare a misura del proprio tornaconto, sotto il controllo di una esigua oligarchia capace, in poco tempo, di accumulare un potere economico e di persuasione che forse mai finora era stato nelle mani di singoli individui.
Intanto, nuovi mutamenti si prospettano nel futuro prossimo e la domanda è ancora la stessa: saremo in grado di mettere a frutto le esperienze del passato e ciò che abbiamo imparato su di noi in quanto “animali sociali”? Sapremo rivolgere al presente lo sguardo critico e discosto che storicamente solo il trascorrere del tempo ci ha consentito?
Doris Lessing, nella sua lucida disamina, indica una via che ancora oggi ci pare, se non la sola percorribile, quantomeno la più ragionevole. Le sue speranze, e le nostre, sono riposte in una scuola che miri a formare uomini e donne consapevoli, capaci di resistere al rassicurante fascino dei conformismi. In una rinnovata attenzione alla storia e alla letteratura, perché anche nell’epoca delle tecnocrazie digitali solo con un approccio “umanistico” possiamo “vedere noi stessi e la società in cui viviamo in quel modo freddo, tranquillo e critico che è l’unica posizione possibile per un uomo civilizzato.” In definitiva, in coloro che sapranno tenere viva la propria coscienza individuale: “È mia convinzione, tuttavia, che sarà sempre l’individuo, in prospettiva, a dare vero impulso alla società […] Sono gli individui che cambiano le società, che producono idee nuove, che, esponendosi contro l’opinione corrente, come succede nelle società repressive, le cambiano.”










