L’epidemia di Covid-19 non solo ci ha costretti a una inimmaginabile quarantena, ma ci ha messo di fronte alla necessità prioritaria di ridefinire convenzioni sociali, gestualità, routine. Nessuno ha mai vissuto una chiusura cautelare, nessuno ha mai pensato che le mascherine sarebbero diventate indispensabile accessorio. Solo certi film hollywoodiani ci hanno raccontato realtà distopiche, città post nucleari, sopravvissute a virus zombie, ma sembrava impensabile trovarcisi dentro. Ci siamo abituati alle strade deserte, ai locali chiusi, a non ballare, a vedere negli operatori sanitari la salvezza e il pericolo, a non baciarci. E tra chi nega l’evidenza e chi si fa cogliere dal panico dei contagi, si fa forte l’esigenza di imparare nuove abitudini, nuovi modi di mostrare affetto, in poche parole di ridisegnare la nostra mappa sociale.
Ne parliamo con la sociologa Ester Cois, ricercatrice e professoressa aggregata in Sociologia del Territorio presso il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari.
Che impressione hai avuto dalla reazione dei cittadini? Tra rispettosi e furbetti sei riuscita a stilare un bilancio complessivo?
Attribuire etichette ai comportamenti altrui o rifugiarsi in esatte semplificazioni dicotomiche, sul genere “buoni e cattivi”, è una tentazione molto forte quando si cerca di semplificare una situazione che ci destabilizza. Questo accade, a maggior ragione, quando una condizione eccezionale per definizione, quale quella dell’emergenza, si sostituisce sempre più stabilmente al corso “normale” delle cose, nel quale ci muoveremmo quasi in automatico, per abitudine, senza porci di continuo l’interrogativo sulle conseguenze generali del nostro comportamento o, ancora di più, sull’impatto che potremmo subire dal comportamento altrui. Quella che è stata definita, anche in modo un po’ inflazionato, come “safety zone”, ossia lo spazio personale che percepiamo soggettivamente come perfettamente noto, privo di pericoli annidati nell’ombra, è stata però del tutto invasa, ormai da oltre un anno, da rischi che non possiamo calcolare neanche approssimativamente, nonostante il tentativo di familiarizzare con il lessico epidemiologico della pandemia, dal temibile indice Rt all’esatta gittata letale del droplet.
Per questo la norma dell’ottemperanza ai vincoli e divieti imposti dalla gestione della pandemia, a cominciare dalla regola del distanziamento fisico e sociale, è assurta a criterio etico, per stabilire a chi “dare la colpa” nel caso in cui lo stato delle cose non sembri migliorare, o addirittura tenda a deteriorarsi ulteriormente. Si tratta di un meccanismo del tutto normale, almeno nella misura in cui non si abbia accesso a un’informazione chiara, univoca e corretta rispetto all’obiettivo perseguito dall’organizzazione generale delle misure di contrasto al contagio, e quindi, a cascata, anche rispetto al senso delle azioni o delle rinunce a cui si è chiamati, uno per uno, nessuno escluso. Questo è accaduto spesso, in questo lunghissimo anno. L’incertezza informativa, unita alle dissonanze ricorrenti tra le voci degli esperti e delle figure istituzionali su più livelli – da quello europeo, a quello nazionale, fino ai singoli comuni – hanno finito per produrre una specie di scollamento tra il contenuto sostanziale collettivo della cittadinanza (per cui chiunque ha diritto a che la sua salute e la sua sicurezza siano garantiti) e la responsabilizzazione individuale, per cui il peso del benessere perduto è stato un po’ scaricato sulle azioni eccentriche dei singoli, dall’oscuro signore inseguito in diretta tv nella sua solitaria gita in spiaggia durante il primo lockdown, alle intere categorie socio-demografiche messe l’un contro l’altra armate, nella narrazione pubblica: tra i giovani ebbri di immunità e attratti come falene dalla temibilissima movida, da una parte, e, dall’altra, gli anziani segregati ai margini della maggiore vulnerabilità sanitaria e della presunta improduttività economica, mormorata a mezza bocca.
Insomma, cercando di evitare ogni giudizio di valore, personalmente mi è sembrato che in generale, nelle varie fasi in cui questa pandemia si è articolata, la reazione di massa sia stata piuttosto “ordinata”, anche al netto delle sanzioni amministrative o reputazionali. Certo, le derive non sono mancate: dall’estremo dell’affidamento quasi fideistico alle procedure che hanno indotto miti condòmini a inveire dai balconi su ignari passanti in movimento in uno spazio pubblico deserto, alla negazione di stampo complottista di qualsiasi pandemia in atto, con velleità resistenziali anche abbastanza folkloristiche in nome dello “Svegliatevi!!! Ci stanno ingannando tutti!”. E, si badi bene, nessuno può ritenersi assolto dallo scivolamento nell’uno o nell’altro polo del continuum, a fasi alterne: perché la cosiddetta “stanchezza pandemica”, ampiamente documentata, tende a farci giustificare le piccole inadempienze quotidiane al calo del tono muscolare della paura perenne, e così i piccoli assembramenti tra amici nel chiuso discreto delle case sembrano meno gravi, specie se in prossimità di imminenti ulteriori restrizioni annunciate last-minute, per cui vale la regola dell’ultimo spritz con buona pace di Sansone e di tutti i filistei.
Cosa ci aspetta nel post coronavirus? Ci riabbracceremo o faremo nostri nuovi codici di comportamento sociale?
Difficile delineare scenari attendibili. A giudicare dagli ormai molti mesi di assestamento di quello che è stato definito, neppure tanto enfaticamente, come “il più grande esperimento sociale della Storia”, molti codici comportamentali sono stati già interiorizzati. Certo, sotto il segno incombente della paura, che però è un potentissimo vettore nel medio periodo. Se ci pensiamo, nessuno dei nostri sensi è rimasto indenne, anche se non lo considero necessariamente un meccanismo di ritrazione nelle retrovie o di perdita tragica della socialità. Anzi, proprio perché siamo animali, e sociali per giunta, tendiamo ad adattarci per preservare questa nostra postura anche in condizioni estreme, in attesa di tempi migliori. Anche se questi tempi sono frammentati e sincopati secondo una scansione di due settimane alla volta, o lungo la durata applicativa di un DPCM o di un’ordinanza regionale.
Così, la vista si è abituata al vuoto delle strade e delle piazze, almeno dopo il coprifuoco, e a riconoscere come consueti i visi parzialmente cancellati dalle mascherine, senza però poter dimenticare la violenza visionaria drammatica dei mesi più bui: le file di bare trasportate nella notte, per essere tumulate in solitudine; le lunghe file contingentate e mute nei piazzali dei supermarket; le cicatrici sulla pelle degli operatori sanitari. Mai un “nemico invisibile”, come è stato chiamato il virus nell’abusata metafora bellica, è stato così apparente.
L’udito, a sua volta, ha rubricato come rumori di fondo prima le incessanti sirene delle ambulanze, e poi il boato sordo degli elicotteri di controllo, a volare bassissimi sulle terrazze chiuse. E poi, ancora, il silenzio surreale dei pomeriggi senza bambini e ragazzi in libera uscita, e quello delle notti deprivate dei lenti ritorni a casa dopo il bicchiere della staffa. E per mesi, lo stesso udito ha vagato incerto, nel tentativo di sintonizzarsi tra gli estremi dell’addensarsi di parole, discorsi istituzionali, flussi informativi ininterrotti, canti dai balconi e il mutismo delle città.
E così l’olfatto, insieme al gusto destinato a compromettersi per primo, in caso di contagio, come se l’insinuarsi del virus nell’organismo spegnesse i veicoli del piacere con cui ci nutriamo del mondo e lo rendiamo parte del nostro corpo. Ma anche la sospensione del respiro negli spazi aperti, per ansia emotiva o per aspirazione all’asepsi, o la cumulazione bulimica del cibo nei luoghi intimi e privati, quando il lievito – sparito da decenni perfino dal paniere Istat per manifesta obsolescenza alimentare – si è ripreso la scena nelle cucine domestiche.
Infine, il tatto, a lungo bandito per decreto, perfino nelle more delle definizioni più tecniche dei “congiunti” o dei generici amici. Il dogma del distanziamento ha imposto per mesi l’escissione di ogni legame fisico, la regressione allo stato di monadi virtuali, quando era la pelle intera a diventare il terreno del contagio. Al punto che perfino un bacio all’aperto riprodotto negli spot televisivi non aggiornati è diventato un innesco riflesso di disagio, come una tessera fuori posto nel registro percettivo del lecito. O la trasgressione dell’abbracciarsi, dello stringersi, della vicinanza oltre il livello di guardia. Io stessa dovrò ricordare l’ultimo saluto a mio padre, nella sala di terapia intensiva dove dopo oltre un mese di totale distacco ha smesso di resistere, come un gesto rubato: il furto della sua mano, per qualche istante, in un attimo di distrazione del personale.
Cosa ci resterà, oltre alla necessità di elaborare i nostri personali lutti e di fare pace con la memoria del trauma collettivo, dopo esserci scoperti deboli, nelle nostre infrastrutture logistiche, politiche, tecnologiche? La consapevolezza che tutto questo è stato, ovunque e per ciascuno. Ma forse anche la necessità di tenerne conto, rimettendo in discussione i principi del nostro precedente transitare tutto sommato tranquillo tra gli ultimi fuochi dell’Antropocene, se è vero che la crisi economica spropositata e l’erosione dei diritti primari, amplificate da un anno di stasi globale, dovranno fare i conti anche con i dilemmi pregressi della sostenibilità ecologica e con le basi strutturali di quella “nuova normalità” che avrà ben pochi alibi da esibire. E che non potrà più permettersi di ignorare l’inclusione sociale, l’intersezionalità delle disuguaglianze, e l’investimento nella ricerca. E magari, nella quotidianità spicciola, ci resterà l’apprezzamento per la parte materiale di noi stessi: “body matters”, come direbbe Judith Butler.

smartworking 
primo lockdown 
orsetto prigioniero 
dietro la mascherina 
la spesa contingentata
Cosa ci è stato tolto? Penso soprattutto ai bambini, ai ragazzi più giovani che non hanno potuto sviluppare l’empatia sociale. Abbiamo parlato di perdita ma c’è qualcosa che secondo voi abbiamo guadagnato?
Forse ci è stata tolta, man mano, un’illusione che circolava almeno nella prima narrazione della pandemia: quella della sostanziale pulsione democratica del virus, senza confini geografici, senza timore reverenziale per le gerarchie, senza capacità d’apprezzamento per i canoni del merito, della bellezza, della ricchezza, del potere, della gioventù. “Siamo tutti nella stessa barca”, ci si diceva, per saldare un meccanismo atavico di resistenza raccolta di fronte al comune avversario alieno. Un anno è bastato per destituire di fondamento questa credenza: tanto le dinamiche del contagio, quanto le modalità di accesso alle cure (e ora alla campagna di vaccinazione) o i costi sociali ed economici della chiusura di interi comparti produttivi, delle scuole, dei teatri, dei luoghi ricreativi, hanno avuto pesi ben diversi a seconda dei destinatari, andando ad amplificare, e non certo a smussare agli angoli, le disuguaglianze di classe, di genere, di salute, di provenienza geografica pregresse. E anche in termini anagrafici, un anno perduto quando ne hai solo 6 o 14, oppure 80, marca uno iato ben più incisivo nel tuo corso biografico, in termini di socializzazione non appresa, di potenziale stigma come untore inconsapevole, o di educazione alla cromia della paura, dal bianco al rosso rinforzato.
E forse, più che guadagnato, abbiamo riscoperto qualcosa di estremamente semplice, ma non banale: che il parossismo dei tempi delle nostre vite può essere obbligato a fermarsi, per cause esogene, eppure tutto continua ad esistere; che il senso dei nostri gesti affettivi non è sempre rinviabile, o scontato, e che necessita di un’esplicitazione, anche in tempo di pace; che se bruciasse la città, ognuno di noi oggi saprebbe da chi andare. E che cosa salvare.










