Il jazz è un viaggio che non finisce mai, la sua vitalità è fatta di scambi, conoscenze, incontri. Come quello con la musica di Stevie Wonder, alla quale Fabrizio Bosso, tra i fuoriclasse del nostro jazz, ha dedicato l’album “We wonder” (in circolazione da gennaio per la Warner), seguito da un giro di concerti che questa settimana approderà anche in Sardegna: giovedì 27 aprile alle 21 al Teatro Massimo di Cagliari, venerdì al Poco Loco di Alghero alla stessa ora, in occasione del Jazz Club Network, inserito nel Circuito Multidisciplinare del Cedac. “La musica di Stevie Wonder è tra quelle con cui sono cresciuto e su cui ho iniziato a improvvisare” ricorda il solista torinese che, sul palco, sarà accompagnato da Julian Mazzariello, pianoforte, Daniele Sorrentino, contrabbasso e basso elettrico, Nicola Angelucci, batteria. “Maturando mi sono reso conto della grandezza di questo musicista – prosegue – Mi ha sempre colpito come riesca a far convivere più stili nelle composizioni. Scegliendo i brani che fanno parte del disco, ‘I wish’, ‘Another star’, ‘My cherie amour’, ‘Overjoyed’ e altri, mi ha impressionato la grandezza dei temi sul piano armonico e melodico. Già negli anni Settanta scriveva in maniera super moderna, come se avesse le idee chiare anche su come comporre in futuro”.

Riguardo la rilettura dei brani: “Il lavoro che abbiamo fatto è stato minimo. Ci sono stati piccoli interventi ritmici, per il resto, i brani erano già perfetti così come concepiti da Wonder. Abbiamo immaginato come portare la sua musica nel nostro mondo, creando le strutture per poter improvvisare”. Nel disco si respira un’aria hard-bop: “È la strada su cui camminiamo da parecchi anni, quella in cui ci sentiamo di più a nostro agio, anche se poi uno dei pezzi è stato riletto in chiave anni Trenta, un altro evoca l’ultimo Coltrane, e un altro ancora ha un sapore latino. Quando registro penso anche a come sarà la scaletta del live. In passato con altri repertori mi è capitato che alcuni funzionassero bene solo sul disco”.
Benché non sia mai facile rivisitare un brano cantato senza utilizzare le parole, la musica strumentale in qualche modo parla a chi ascolta: “È sempre una grande responsabilità, bisogna utilizzare un altro vocabolario, un altro linguaggio, incidere molto sulla parte timbrica dello strumento. La tromba è tra gli strumenti più vicini alla voce umana e questo per me rappresenta una fortuna. Da tanti anni lavoro per poter trasmettere qualcosa con i colori del suono”.
Con la tromba è facile sbagliare, anche se a volte l’imperfezione può trasformarsi in qualcosa di speciale. Nell’album “Soft Shoe”, che il quartetto di Gerry Mulligan incise nel 1952, “My Funny Valentine” fu caratterizzata da una clamorosa stecca di Chet Baker, lasciata lì per distrazione, ma senza la quale probabilmente quel brano non sarebbe ciò che è diventato: “Sono cose che capitano solo ai grandi musicisti, capaci di trasformare un’imprecisione in qualcosa di straordinario. Nel jazz l’errore è sempre dietro l’angolo, anche se come ci hanno insegnato Chet e Miles, una stecca, una acciaccatura, un effetto, può dar vita a un risultato inedito e straordinario”. Tutti i musicisti attraverso la musica cercano qualcosa: “Nel jazz cerco la serenità, che è difficile trovare anche nella vita, soprattutto oggi per quello che in generale ci sta capitando. Quando suono cerco di stare bene. Per me la musica è anche è anche curativa”. E condivisione: “Bisogna abbandonare il desiderio di essere sempre al centro della scena. Si può essere protagonisti insieme agli altri. Per chi ascolta, percepire un gruppo in cui non c’è competizione è importante”. Tra i jazzisti più richiesti nel nostro Paese e non solo, Bosso ha una agenda fitta di impegni: “In estate ci sarà anche un trumpet summit in Spagna e Belgio, con solisti americani e russi, Rendy Brecker, Joe Magnarelli, Alex Sipiagin”.
(La foto in evidenza è di Roberto Cifarelli)










