Débâcle dei candidati “vip” alle elezioni amministrative italiane. “E te credo!” direbbero nella Capitale, dove peraltro c’è stato uno dei flop più evidenti, quello del cabarettista Pippo Franco. Da nord a sud sono stati diversi i tonfi fragorosi, a destra come a sinistra. Tutti accumunati da un elemento: i vip “bastonati” alle elezioni sono stati dei personaggi famosi degli anni ’80.

Si prenda ad esempio Pippo Franco, forse il volto più noto, perché protagonista di numerose pellicole della “commedia sexy all’italiana” e nome forte del Bagaglino. Tornato recentemente all’onor della cronaca per le sparate no-vax delle settimane precedenti il voto, e più recentemente perché denunciato per aver usato un Green Pass fasullo. Il comico romano ha fatto parlare di sé in queste settimane. Tanto che su di lui si contano più articoli che voti: sono 37 i romani che hanno scritto Franco Pippo (questo il suo nome all’anagrafe) nella lista in cui correva, a supporto del candidato di centrodestra, Enrico Michetti.
D’altronde il nostro è avvezzo alle sconfitte elettorali, tutte peraltro piuttosto sonore. Altre due volte aveva tentato di conquistare una poltrona, sempre con formazioni di destra o centrodestra. Nel 2013 non gli bastava una poltrona da consigliere comunale, voleva proprio quella più importante del Campidoglio. E così Pippo Franco si è candidato alle primarie di Fratelli d’Italia per la scelta del sindaco di Roma. Velleità andati in frantumi davanti a sole 205 preferenze. L’altra débâcle risale al 2006, quando è stato capolista per il Senato di una formazione che correva nella Casa delle Libertà, la Democrazia Cristiana per le Autonomia. Nemmeno l’endorsement di un pezzo da novanta come Giulio Andreotti riuscì nel miracolo: con lo 0,7% è rimasto a casa.

A Roma c’è chi ha fatto peggio, molto peggio. In termini di numeri, ovviamente. Sette per la precisione, come i voti ottenuti da Nadia Bengala. Incoronata Miss Italia 1988, ex modella, ex attrice ed ex showgirl, la bella siracusana, che a Roma correva per sostenere la sindaca uscente Virginia Raggi, in futuro non potrà vantarsi di essere stata anche una ex consigliera comunale.

Passando dalla capitale amministrativa a quella economica, poco cambia. A Milano ha tentato di percorrere la strada della politica il campione di ciclismo a cavallo tra anni ’80 e anni ’90, Gianni Bugno. A differenza della sua carriera agonistica, vissuta ai massimi livelli (sia sufficiente ricordare il Giro d’Italia del 1990, quando indossò la maglia rosa dalla prima all’ultima tappa: come lui solo Costante Girardengo, Alfredo Binda ed Eddy Merckx) e costellata di soddisfazioni, la scalata alla politica per il campionissimo Bugno è risultata più difficile di quella alla Marmolada. Dopo l’esperienza del 2010, quando è stato nel listino di Filippo Penati per le Regionali, anche in questa tornata non è riuscito a convincere gli elettori: il suo nome nella lista Riformisti, che sosteneva Beppe Sala, è stato scritto solo 135 volte.
Non è andata meglio nemmeno uno più rivoluzionario, come il cantautore Stefano Righi: un nome che di primo acchito a che a chi non è esperto di musica italiana o, più in generale di anni ’80, non dice molto ma che invece risveglia la memoria di estati passate a ballare con la nostalgia incombente per l’autunno alle porte se al posto di Righi scrivessimo Righeira.

Il musicista Stefano “Johnson” Righi ha accettato la candidatura nelle fila del Partito Comunista alle comunali di Torino, più per l’amicizia con il segretario Sergio Rizzo, che per convinzione. “Mi sento un radicale – ha dichiarato Righi in un’intervista al Corriere della Sera –. Non ho nessuno tipo di ambizione politica, tanto è vero che spero di non essere eletto, anche perché ho già tante cose da fare. Se comunque dovessi diventare consigliere comunale, il mio impegno sarebbe tutto per sostenere la musica indipendente”. Per uno che non ha cercato voti, averne ricevuto 28 è comunque un piccolo successo personale.
Non si sa se forse per una strana congiunzione astrale i segretari locali dei partiti e i responsabili di lista che hanno scelto questi nomi siano tutti degli eterni Peter Pan, nostalgici di quando erano giovani aitanti inneggianti a Simon Le Bon, Spandau Ballet, Rick Astley, Depeche Mode o fan delle ragazze del Drive In e delle battute stantie del Bagaglino, a seconda dei gusti. Sta di fatto, che se si vuole proprio inseguire l’effetto trainante dei “vip” sarebbe stato meglio puntare su qualche nome più attuale. E infatti un Vittorio Feltri, ad esempio, ce l’ha fatta. Così come ce l’ha fatta Sabrina Piastrellini, che ha sfruttato il successo del figlio, la medaglia d’oro olimpica di salto in alto Gianmarco Tamberi, o la sardina Mattia Santori, principe del consiglio comunale di Bologna, forte di 2500 preferenze.

Evidentemente costoro negli anni ’80 erano avvezzi solo al mondo dello spettacolo, dello sport e della moda. Se avessero calpestato di più i pavimenti delle fumose sezioni di partito saprebbero che la politica è “sangue e merda”, come disse un protagonista delle istituzioni di quegli anni, il ministro socialista Rino Formica. E che avere in politica “nani e ballerine”, anche questa è locuzione ministeriale, non porta quasi mai a magnifiche sorti e progressive.
Chiedere a Berlusconi per conferma.










