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Alfabeto interno. P come Paura. Paura di cosa?

Di Valeria Martini
15/04/2022
in alfabeto interno, Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
Alfabeto interno. P come Paura. Paura di cosa?

La paura ha sempre un oggetto, quindi non è possibile avere paura di un indefinito. Ma a volte può capitare di sentire l’indecifrabile, che saremmo portati a chiamare angoscia o ansia, uno stato di disagio emotivo di una certa entità e profondità, senza sapergli dare un vero nome o riferirlo a una causa specifica.

Si tratta sempre di paura?

Forse non è la paura propriamente detta, sia quella che ha valore adattivo che quella più complessa a strutturata che come esseri umani proviamo, che ci rimanda timori di varia natura e ci fa sentire spaventati per la minacciosità di certi avvenimenti o prospettive.

Tuttavia può esserci ancora qualcosa che si tende come un filo sottile, attraversato da una corrente perturbatrice della nostra serenità ma che non è direttamente riferito a noi.

È stato il caso, interessantissimo, di due gemelle identiche tra le quali avviene il passaggio dell’angoscia esistenziale da una all’altra. Questo caso è riportato in un vecchio numero di Riza Psicosomatica, del maggio 1986, interamente dedicato alla paura e, proprio per questo, per la sua affinità con la sensazione di angoscia e ansia, comprende la storia di Simona e Alessia.

Alessia è una giovane di vent’anni che da circa un anno soffre di crisi fortissime di ansia alle quali non sa dare una spiegazione. La sua vita scorre serena, viene da una famiglia con un buon livello di armonia interna, lavora e studia con profitto. Ma questa fortissima ansia le sta rovinando la vita. È come se qualcosa in lei proprio non andasse, al punto da sentirsi quasi posseduta da questa forza oscura e potente che oramai non riesce più a contrastare. Alessia è una persona tendenzialmente razionale e pratica, in questo è diametralmente opposta alla gemella Simona che, invece, mostra un carattere più sensibile e delicato. Alessia sceglie la facoltà di Scienze Politiche, Simona quella di lettere perché vuole diventare una poetessa. Alessia fa un sogno nel quale è presente anche la sorella. Entrambe si ritrovano a guardare l’acqua dentro un pozzo. Alessia vede chiaro il suo riflesso e attraverso questo è come scrutare nel suo animo, nei suoi ricordi e affetti. Quando poi volge l’attenzione al viso di Simona riflesso anch’esso nell’acqua, vede che è come se si dissolvesse e diventasse di acqua. Al risveglio Alessia piange. Il sogno la scuote e la impaurisce. Si tratta di un conflitto inconscio tra le due sorelle? Il sogno lo farebbe presagire, ma l’analista che ha in carico Alessia decide di seguire una sua intuizione: e se questo sogno forse una sorta di avviso dell’imminenza di un qualche evento che all’insaputa di Alessia sta per accadere a Simona?

Simona e Alessia sono complementari. Simona dichiara che Alessia possiede tutto ciò che a lei manca: concretezza, realismo, vivacità. Simona è, invece, quasi evanescente, sente da oltre un anno di fare cose che non hanno senso, hanno perso importanza. Sente che dentro di sé tutto sta cambiando e che, soprattutto, le pare come di galleggiare nell’aria. Dice di non avere più lei stessa significato per sé e nel guardarsi allo specchio vede che l’immagine riflessa le è estranea. Questa descrizione di Simona è incredibilmente preoccupante perché accende il campanello d’allarme del disfacimento del suo io, un processo di depersonalizzazione e derealizzazione. All’orizzonte un funesto presagio di crisi psicotiche di identità.

Nel descrivere la mente Simona dice che la sua è come acqua nella quale i contenuti che vi si trovano sono come sassi che vanno a fondo, precipitando all’infinito. Il tema dell’acqua nella descrizione di Simona ci ricollega al sogno di Alessia nel quale il dissolversi nell’acqua del pozzo del volto della sorella potrebbe essere ricollegato a un messaggio anticipatorio di quanto le sta accadendo.

È possibile che la connessione tra le due sorelle sia così profonda da inviare un allarme a quella, tra le due, non in pericolo?

Questo caso ci fa riflettere ancora una volta sul valore della paura, anche come messaggera, sul disagio enorme che può generare e su quanto esplorarne le ragioni, accoglierne i significati possa, infine, essere salvifico, in questo caso in due direzioni: Alessia comprende e si rende consapevole e da ora sa che quella cosa ha un nome, una forma e un senso. Simona può intraprendere un percorso di cura del suo animo in pericolo, dove l’unità di senso con cui agisce nel mondo possa essere ristrutturata e preservata.

La paura, l’ansia, l’angoscia, il terrore, il panico ci parlano di noi e se solo ci fermiamo ad ascoltare, può iniziare una maggiore consapevolezza e la cura dal male.

In conclusione possiamo porci delle domande: è possibile provare paura per qualcosa che non sta direttamente minacciando la nostra esistenza?

Cosa possiamo fare quando un’emozione così forte irrompe nella nostra coscienza?

Siamo davvero così tanto connessi gli uni agli altri da trasmetterci in maniera marcata la paura e altre emozioni che ci fanno stare male?

Forse è così.

La ricerca sociale sul comportamento delle masse ci insegna che siamo esseri che vengono influenzati dal flusso predominante del pensiero del gruppo a cui apparteniamo e la psicologia ci informa del fatto che sottostanti i pensieri ci sono le emozioni che danno potenza e ci spingono ad agire, informandoci su come siamo.

Siamo anche connessi, a livelli variabili di profondità e ciò che possiamo fare quando emozioni forti irrompono nella nostra coscienza è attivare l’osservazione che è il primo passo verso la comprensione.

La comprensione ci aiuta a lottare, mai contro di noi ma per noi, a risolvere il conflitto doloroso che nasce nel non sapere e si scioglie nella consapevolezza. La paura continua ad avere un valore adattivo impressionante.

Quando proviamo paura non siamo sbagliati, siamo umani a cui viene regalata una occasione di comprensione ed espansione della coscienza.

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