Quando abbiamo paura di amare, abbiamo paura della vita, paura di vivere, perché l’amore è antagonista della morte. A-mors, con alfa privativo, è proprio l’assenza di morte. Giochiamo con le parole, ma in fondo la vita non è un meraviglioso gioco con ciò che essa stessa ci offre?
Quando moriamo, lasciamo ogni cosa e forse la paura di amare, che ci conduce alla morte interiore, è quel luogo in cui possiamo sentirci vigliaccamente protetti. Perché amare è dare, è prima di tutto dare e se dare per noi significa perdere qualcosa, allora non siamo pronti ad amare, non siamo pronti a vivere una vita nel significato più ampio e vibrante che si possa. Viviamo semi-nascosti, concediamo briciole e cerchiamo di non essere coinvolti, non più di tanto.
Ci sembra perfino ridicolo o superfluo dire ti amo, non si sa mai, magari non siamo ricambiati, oppure lo troviamo banale. Amare non si risolve nel dire ti amo, ma se una persona la ami ti viene voglia di dirglielo, non si tratta solo di dimostrarlo con le azioni che, pure, sono importanti. Ma sarebbe come avere a che fare con qualcuno senza mai chiamarlo per nome, facendogli solo in qualche modo capire che ti stai rivolgendo a lui, lei. Per quanto tempo può funzionare? E a quanti equivoci espone? Se non dici ti amo ma lo dimostri e basta potresti anche non essere capito. Non siamo al mondo per decodificare i messaggi comportamentali degli altri. La chiarezza nella comunicazione è importante, e se è vero che emozioni e sentimenti si dimostrano, è altrettanto vero che si dicono, si possono condividere con le parole, in una comunicazione sincera e che si affida. È altrettanto vero che si può dire ti amo con grande leggerezza e allora saranno i gesti conseguenti a dirci se è vero o meno. In ogni caso, sembrano entrambi tentativi di attenuazione dell’amore, non dirlo mai e dimostrarlo e basta o dirlo ma incoerenti con gli atti.
La paura di amare è la più grande sciagura dell’umanità. Se amassimo non esisterebbero le tirannie, non ci sarebbero le guerre, ogni cosa sarebbe distribuita a tutti, perché quando si ama si è naturalmente portati a dare. Ma la paura, che reca con sé invidia, terrore, e scossa che ci porta via dal nostro centro luminoso, ci conduce a scelte scellerate. Viviamo in un pianeta in cui c’è abbondanza di risorse per tutti e questo ce lo dimostra l’albero di limoni. Chiunque abbia nel cortile o giardino di casa un albero di limoni, sa bene quanti limoni sia capace di dare ad ogni stagione. Sono così tanti che non facciamo in tempo a consumarli. Ed è così per tutti gli alberi da frutto. Arriva il momento che dobbiamo pregare amici e conoscenti di venire a prendere qualche busta di pesche, albicocche o nespole che sennò cadono e vanno sprecate. Stessa cosa dicasi per tutte le altre risorse del pianeta che scarseggiano solo perché in pochi sono riusciti ad accaparrarsele, con la paura che non basti, non l’avidità del profitto che non godranno mai appieno perché troppo, smisurato. Resta in gran parte inevaso. E non c’è ideologia della ridistribuzione che tenga, perché tutte le ideologie portano a regimi, più o meno espliciti. E non c’è carità che tenga perché tutte le religioni non sono, nella loro attuazione umana, che società per azioni, anch’esse rivolte a un profitto dove pochi stanno bene e vivono nell’opulenza più sfacciata, e molti mendicano un pezzo di pane. Ma la carità non è che un altro nome dell’amore, è l’azione del prendersi cura, avendo care le persone, ma se non ami, questo non lo puoi fare.
Se vivi nella restrizione della paura, puoi intravvedere un pallido riflesso dell’immensa luce che solo l’amore può portare. Amare è dare con cuore semplice. Se dai pensando a cosa potrebbe tornare indietro, è già pallido riflesso. Se dai giudicando chi non fa come te, è un altro pallido riflesso.
Come si fa a non avere paura di amare? Una risposta ce la danno Liz Frazer e i Massive Attack in Teardrop: “Love, love is a verb, love is a doing word” (L’amore è un verbo, è una parola del fare). Amare è fare, mettere in azione la vita, permettere al flusso vitale di scorrere in noi affidati a un senso che spesso non comprendiamo. Amare e amarezza hanno la stessa radice. Amare indica un’azione, amarezza è un sostantivo, è ciò che indica una sosta, uno stato e probabilmente una immobilità, qualcosa che sta da sé. Amarezza è bloccare la dolcezza dell’amore che cerca canali di espressione nelle unità di vita che popolano questo bellissimo pianeta. Allora forse un rimedio c’è: mettere in atto quel sentimento del cuore senza aspettare nulla in cambio e senza sbarrare la porta alla vita.










