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8 marzo, buona festa a tutte noi per un futuro di diritti e uguaglianza

Di Redazione
08/03/2021
in Comunicazione e società, Editoriale
Tempo di lettura: 3 minuti
8 marzo, buona festa a tutte noi per un futuro di diritti e uguaglianza

Sono passati 44 anni da quando l’8 marzo è diventato ufficialmente la Giornata internazionale dei diritti della donna. Un momento di riflessione su conquiste sociali, professionali ed economiche, ma anche su quanto ci sia da fare contro stereotipi, discriminazioni, violenze.

Ci guardiamo negli occhi, noi donne di Nemesis: Maria Carrozza, Valeria Martini, Francesca Mulas e Agostina Urpi. Apparteniamo alla stessa generazione, quella che ha avuto la fortuna di essere nata in un momento in cui si può studiare quello che desideriamo, lavorare in ogni campo, decidere se avere una famiglia o no. Appena un secolo fa non potevamo votare, lo studio era roba da maschi e anche scegliere per sé il proprio futuro non era scontato. Fino a quarant’anni fa in Italia c’era il matrimonio riparatore, fino al 1968 il reato di adulterio, fino al 1970 non esisteva il divorzio, fino al 1978 l’aborto era illegale.

E dunque si, siamo davvero fortunate. Ma pensandoci bene c’è ancora tanta strada da fare perché possiamo dirci davvero alla pari con gli uomini. Francesca e Maria, ad esempio, sono giornaliste in un mondo profondamente maschile. Un rapporto dell’European Journalism Observatory di pochi anni fa dice che solo il 21% delle firme sulla stampa italiana sono femminili; secondo il gruppo di lavoro Pari opportunità dell’Ordine nazionale dei giornalisti, nel 2017 la direzione dei giornali è affidata alle donne solo in due casi su dieci, il caporedattore è donna nel 30% dei casi: le giornaliste esistono, ma raramente ricoprono ruoli decisionali. In Sardegna ci sono oggi solo tre donne direttrici: Francesca Mulas di Nemesis Magazine, Erika Pirina del Corriere Sardo, Cristina Tangianu di Sardegna Live.
Agostina Urpi lavora in banca. Un ambiente che occupa tante donne, forse più degli uomini, anche tra i vertici. Ma non è infrequente ancora oggi che in banca un completo giacca e cravatta evochi immediatamente il titolo di direttore, mentre per le stesse impiegate la norma è sentirsi chiamare ragioniera, segretaria, signora o signorina.
Valeria Martini, libera professionista, musicista e psicologa, ha avuto esperienze negative in quanto lavoratrice e madre: non poter essere presente sul posto di lavoro nei fuori orario richiesti, non poter esaudire le pretese di mansioni extra e senza preavviso ha generato tensioni con colleghe e colleghi senza figli, spesso alimentati dagli stessi responsabili.


In generale in tutti gli ambienti lavorativi caratteri decisi sono ancora assimilabili a nevrosi, il dissenso da parte femminile è spesso interpretato come ipersensibilità, una semplice giornata storta è bollata come sindrome premestruale. La mancata maternità è vista come una nota dolente, quasi una mancanza, mentre a un uomo non si chiederà mai perché non ha figli. Le etichette poi sono infinite: per qualificare una donna si dirà che è bella, intelligente, preparata, ambiziosa, e il suo look avrà sempre un’attenzione particolare, ma quante volte abbiamo sentito descrivere così un uomo?
No, la parità è ancora lontana. Per non parlare delle madri lavoratrici: nonostante le misure di sostegno statali, un figlio è ancora un fatto privato e comunque riguarda soprattutto le donne. Ad esempio, dopo i cinque mesi di maternità, per continuare ad allattare il proprio figlio almeno fino al sesto mese la mamma può chiedere la cosiddetta “astensione facoltativa”, ma verrà retribuita il 70% in meno, o in alternativa usare un permesso di due ore al giorno; nei concorsi pubblici viene riconosciuto tra i titoli preferenziali l’essere figli di caduti o invalidi di guerra, ma non l’essere genitori soli con figli a carico.


Fortunate sì, ma guardiamo al futuro: così come abbiamo avuto più opportunità delle nostre nonne, siamo certe che le nostre figlie e le nostre nipoti potranno davvero godere della parità tra uomini e donne. Non saranno discriminate a lavoro, non dovranno combattere ad armi impari, non faticheranno il doppio dei loro compagni per raggiungere un obiettivo. Il loro Otto marzo sarà veramente una giornata di diritti e uguaglianza.

Maria Carrozza, Valeria Martini, Francesca Mulas e Agostina Urpi.

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