“L’unico ministero per la Disabilità che funziona è quello che non esiste”. Così Jacopo Melio, consigliere regionale del Pd in Toscana, commenta la nascita del nuovo Ministero per le Disabilità voluto dal neo presidente del Consiglio Mario Draghi.
Il dicastero è nato da pochi giorni ma ha già suscitato tante e trasversali polemiche. Melio ne ha scritto subito in una lettera inviata al quotidiano La Repubblica: “Non smetteremo di ripeterlo, basterebbe che tutti i ministri tenessero di conto della disabilità quando, nel proprio settore, vengono realizzate nuove manovre, rendendole inclusive per tutti. Basterebbe ricordarsi di ogni diversità, non solo quella fisica, senza indossare guanti bianchi ma uno sguardo aperto e intersezionale, che non appiccichi etichette ma le combatta convintamente al punto da non vederle”. La volontà di abbattere barriere e recinti, l’esigenza di coinvolgere e non chiudere le persone con disabilità in un settore solo sono i temi su cui tantissime associazioni, comitati e federazioni tra cui Fish, Anffas e Fand, concordano: le competenze e gli interventi devono essere trasversali, non relegati a un solo ufficio. Per molti, un solo ministero dedicato alle persone con disabilità è inutile e persino dannoso.
Secondo il report 2019 Istat, in Italia ci sono circa tre milioni di persone disabili, il 5,2 per cento della popolazione (percentuale lievemente superiore al Sud e nelle Isole). La metà sono ultrasettantacinquenni, mentre una su quattro vive sola. Se nell’opinione comune la disabilità evoca barriere architettoniche, la realtà è ben più complessa: secondo la definizione dell’Onu, che nel 2009 ha approvato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, si tratta di persone che “presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri”. Un punto fermo dunque sul diritto a partecipare pienamente alla vita sociale in condizioni di reale parità, e sull’obbligo degli stati ad abbattere qualsiasi limitazione e discriminazione legate alla disabilità. L’esatto contrario di un ufficio che si occupa in via esclusiva di persone con disabilità.
Non è comunque una novità pensata da Mario Draghi: nato nel primo governo Conte per insistenza di Matteo Salvini, rappresentato dai ministri leghisti Lorenzo Fontana e Alessandra Locatelli, nel secondo mandato di Giuseppe Conte era rimasto tra le deleghe del presidente del Consiglio. Oggi riappare come ministero a sé ma senza portafoglio. “Queste persone devono sentirsi ascoltate, ma soprattutto amate e abbracciate dalla comunità – ha detto Stefani appena insediata a Palazzo Chigi in un’intervista a L’Avvenire – . La prima mossa che il ministro deve fare è di abbracciare queste persone e farle sentire protagoniste dell’attività del popolo italiano”. Affermazioni che non sono piaciute a molti, che vedono nelle parole della ministra un senso di pietismo e compassione che da tempo si cerca di superare sul tema delle disabilità.
Non secondario, nelle critiche al nuovo ministero voluto da Draghi, è il nome che ha avuto le deleghe: Erika Stefani, 50 anni, veneta, eletta con la Lega in Senato, è la protagonista di una strenua battaglia contro lo ius soli, il diritto ad avere la cittadinanza per diritto di nascita chiesto da tre recenti proposte di legge mai approvate in parlamento. “Un ministero non solo inutile – ha commentato Carlo Verona, assessore alla Cultura del Comune di Cesena – ma anche incoerente, dato che il nuovo ministro si è già espresso contro lo ius soli, cioè contro una norma a favore di persone fragili”.










