È stata la stazione ferroviaria di piazza Matteotti ad ospitare il 17 luglio la serata creativa degli studenti dell’Istituto Europeo di Design di Cagliari. L’evento, in collaborazione Rete Ferroviaria Italiana (RFI), è incentrato sull tema del viaggio, da qui la scelta di ambientare il Fashion Show 2025, con la direzione artistica di Narente (Franco Erre e Lucio Aru), nel cuore della città, dove le vite e i destini di tanti si incrociano.
Tutti a bordo
In passerella, se così si può dire, dato che modelli e modelle hanno sfilato sulle banchine, i quarantadue progetti più interessanti del triennio in Fashion Design. Il suggestivo titolo “Wating room” allude non solo alla sala d’attesa comune a tutti gli snodi ferroviari e non solo, ma anche alle nuove opportunità per i talenti sardi di mostrarsi e raggiungere nuovi traguardi.
Quattordici collezioni per quattordici nomi che sapranno farsi valere nell’agguerrito mondo della moda: Rachele Manconi, Anna Serra, Martina Serra, Cinzia Dessì, Nicola Demontis, Beatrice Campus, Kim Culurgioni, Flavia Chessa, Daniele Farris, Chiara Pani, Miranda Careddu Panu, Marzia Atzori, Michela Pinna, Beatrice Maria Valentina Meloni. Al Fashion Show anche alcuni capi dei migliori progetti delle altre sedi del gruppo IED: Laura Calabrò – IED Milano, Eugenio Cauteruccio IED Torino, Sara Rossini IED Firenze, Daniele Dargenio IED Roma, Roberto Niutta – Accademia di Como Aldo Galli, Natalia Arroyas IED Madrid, María Bernabeu Sánchez – IED Barcelona, Amaia Aguirre – IED Bilbao, Biatriz Stumbo – IED Brasile.
Il settore Media dello IED ha gestito le grafiche e la colonna sonora è stata affidata in particolare allo studente Lorenzo Pitzalis.

“In Sardegna il pubblico e il privato possono collaborare per creare un evento che coinvolga la città e la comunità – ci ha detto Antonio Lupinu, direttore dello IED – questa sfilata non è solo la chiusura di un percorso formativo durato tre anni ma è un omaggio alle ragazze e ai ragazzi che da tutta la Sardegna vengono a Cagliari per studiare: per loro la stazione è il primo punto di arrivo ed è fortemente simbolico nella loro vita da pendolari”.
Dietro le quinte, a tirare i fili, per restare in tema, i coordinatori del corso di Fashion Design Nicola Frau e Massimo Noli, che sottolineano come gli studenti si interrogano costantemente sui bisogni della moda contemporanea, esplorando un modo (o un mondo) più consapevole e inclusivo.
Cosa ci piace
Apprezziamo la fluidità degli abiti. La loro costruzione sartoriale e in alcuni casi le architetture alla base del design non impediscono alla persona di emergere. L’abito veste, protegge, e infonde armonia nonostante le fragilità. Varietà, diversità, molteplicità, possiamo utilizzare questi termini senza timore perché la versione plurale della moda che questi talenti hanno proposto è in grado di rappresentare chiunque voglia rivelare qualcosa di sé attraverso l’abito. Il viaggio è un tema portante della creatività sarda e della nostra stessa identità. Isolati dal mare, protetti dal mare, ci confrontiamo con gli altri e li accogliamo con questo filtro azzurro nel mezzo. Ma il viaggio è anche un percorso di crescita personale, una riflessione interiore, un passaggio verso un futuro da costruire, proprio come un cartamodello. Ogni designer ha proposto una trasformazione, un atto di emancipazione, sottolineati dalla personale visione della bellezza, in cerca di nuove vie di espressione che esprimano al meglio lo spettro dei sentimenti umani, restituendo veridicità e naturalezza anche nell’eccesso.
La moda non è tutta uguale
Ogni collezione risponde a esigenze molto precise. Non solo rispetta il desiderio di originalità e la libertà d’espressione di ogni designer ma partecipa di un lento ma costante processo di pulizia dell’industria della moda in senso etico. I materiali sono frutto di riciclo e riuso intelligente, con garanzia di rispetto dei lavoratori coinvolti nella filiera produttiva. Fondamentale in tal senso il contributo dei partner Errymondo, Italian Converter e Conceria Rino Mastrotto, che hanno fornito oltre trecento chili di tessuti. La moda può e deve essere intelligente e sostenibile.
Questione di dettagli
Si parte sempre dalla persona, l’idea è quella di creare abiti desiderati e non che rispondano a banali impulsi commerciali o a effimeri status. Kim Culurgioni con “Bear in mind” riflette sull’identità maschile come prigione e possibilità: silhouette rigide e broccati concentrici parlano di un lento processo di liberazione, tra solchi, trasparenze e contraddizioni visibili. “Nexus”, di Cinzia Dessì, unisce Oriente e Occidente in un dialogo fatto di uncinetto e fili rossi, evocando legami invisibili tra culture e generazioni. Con “Resilience” Nicola Demontis immagina una moda adattiva e trasformabile, pensata per un mondo in costante cambiamento: capi modulari, tessuti tecnici, funzionalità come risposta al presente. Beatrice Campus in “Chrysalis” mette in scena la metamorfosi del corpo femminile in tre atti. “Act Otherwise” di Flavia Chessa fonde l’estetica militare con il contemporaneo, dove vulnerabilità e affermazione convivono. “Hodos” di Daniele Farris, attraversa Inferno, Purgatorio e Paradiso utilizzando il denim, simbolo di un viaggio spirituale e carnale. Chiara Pani con “Unmeitsugi” intreccia filo rosso e kintsugi in un percorso emotivo tra crisi e ricostruzione: ogni capo porta le tracce visibili di una rinascita. Rachele Manconi propone “MIeRROR”, riflessione sullo sguardo interiore e sull’imperfezione: forme scultoree, tessuti contrastanti e il simbolo dell’occhio come presenza costante. “Serendipity” di Anna Serra, destruttura la sartoria maschile in un gioco raffinato sull’errore come metodo: i tessuti scelgono da soli il proprio posto. Martina Serra in “Ramé” celebra il disordine creativo: tagli sartoriali incontrano elementi sporty e una palette terra interrotta da verde e azzurro, in un’armonia fatta di contrasti. “Ayla” di Miranda Careddu Panu è una narrazione intima con abiti scomposti, stratificati, leggeri come una coscienza in cerca di sé. Marzia Atzori con “Kalèidos” esplora il loop mentale tra fragilità e oppressione, costruendo un percorso visivo verso la consapevolezza. “ALEA”, di Michela Pinna, è un elogio dell’imprevedibilità: intrecci e lavorazioni artigianali danno forma a una narrazione frammentata ma coerente, dove ogni sbaglio, o presunto tale, diventa risorsa.
Concedendo e concedendoci la chance di non rispondere a canoni imposti dall’alto dagli uffici marketing di tutto il mondo possiamo guardare alla moda non più come un dictat ma come un’opportunità di raccontarci.










