Venerdì 2 maggio, negli spazi del suggestivo Giardino Botanico di Masullas – accanto all’ex Convento dei Cappuccini e al GeoMuseo Monte Arci “Stefano Incani” – è andato in scena lo spettacolo “Gramsci spiegato a mia figlia”, scritto e interpretato da Paolo Floris. Ad accompagnarlo, le musiche di Luca Cadeddu Palmas, eseguite dal vivo insieme a Pierpaolo Vacca.
L’evento, organizzato dalla Fondazione Parte Montis e dal Comune di Masullas, ha rappresentato un nuovo appuntamento all’interno del percorso di crescita e diffusione dell’opera teatrale — già in tournée da alcuni anni in Sardegna e oltre — che sta lasciando un segno profondo nel cuore e nella memoria del pubblico.
Un incontro intimo e necessario con il pensiero di Antonio Gramsci, restituito nella forma di un dialogo familiare e profondo.
Come un filo che unisce epoche lontane, “Gramsci spiegato a mia figlia” si fa rito laico della memoria, carezza narrativa e collettiva. Paolo Floris, con una voce che sa di casa e di veglia, racconta Gramsci non con le armi della retorica, ma con la nudità di un padre che spiega la storia a sua figlia.
Ne nasce un racconto che non pretende di spiegare, ma di accendere; che non dà risposte, ma semina domande.
Un dialogo che sfida il tempo
Sul palco, il silenzio si fa parola, e la voce di Floris diventa corpo, cuore, respiro.
Un padre, seduto accanto a una bambina che non vediamo ma sentiamo viva nei suoi perché, si confronta con gli interrogativi che ogni genitore teme e desidera: Chi era Gramsci? Perché è stato rinchiuso? Cos’è la libertà?
Nina, figura immaginaria eppure realissima, scava nel passato con la meraviglia dell’infanzia e costringe l’adulto a camminare tra le pieghe della coscienza.
Gramsci emerge come un affresco che prende vita, pennellata dopo pennellata. Nato nella povertà ruvida della Sardegna, in un tempo in cui anche l’infanzia era una lotta, si disegna come una figura viva che attraversa le stagioni della sua esistenza con la forza quieta di chi è destinato a lasciare traccia.
La formazione, lenta e ardente, è segnata dalla fame — non solo di pane, ma di sapere, di giustizia, di parola. Poi arriva la lotta politica, lucida e impietosa, seguita dal carcere, che invece di spegnere, affina. Non c’è eroismo nella narrazione, ma una tensione costante tra fragilità e resistenza, tra dubbio e determinazione.
Ogni frammento del suo cammino è restituito con la delicatezza di chi sa che la verità, per mostrarsi, ha bisogno di tempo, di silenzio, di ascolto.
Gramsci, una guida per il presente
Attraverso le parole di Nina, il passato diventa specchio del presente. Le sue domande, semplici ma incisive, offrono l’occasione per riflettere sul mondo di oggi. Lo sguardo critico di Antonio Gramsci riaffiora nella sua urgenza: la cultura come strumento di emancipazione, il sapere come arma contro l’ingiustizia, la scuola come luogo di rivoluzione possibile.
È come se lo spettacolo ci sussurrasse che il carcere più grande non è fatto di sbarre, ma di ignoranza, disuguaglianza, indifferenza. Così, ogni spettatore è chiamato non a giudicare, ma a partecipare. Non a capire Gramsci, ma a camminare al suo fianco.
A rendere tutto ancora più vibrante è la musica, che non si limita ad accompagnare: ascolta, respira, tiene il passo delle parole. Luca Cadeddu Palmas e Pierpaolo Vacca tessono un paesaggio sonoro lieve e profondo, dove ogni nota diventa spazio, eco, sottolineatura emotiva.
La chitarra e la fisarmonica non illustrano, ma dialogano: rispondono alle pause, evocano ciò che non si dice, amplificano i non detti. È una musica che non riempie, ma rivela. Come un respiro che si fa presenza silenziosa, accompagna lo spettatore nel cuore stesso della narrazione.
Un racconto che non finisce
La conclusione non consola, ma accoglie. La narrazione si chiude con delicatezza, senza clamori, lasciando posto a una riflessione sospesa.
La detenzione non è soltanto il luogo della sofferenza, ma diventa lo spazio in cui il pensiero resiste, cresce, affina la sua forma. Anche nella privazione, Gramsci continua a interrogare il mondo, e il suo silenzio si fa parola per chi oggi vuole ascoltare.
La morte di Gramsci, lontano dalla sua isola e dai suoi figli, è raccontata con dolcezza e dolore, come si narra una perdita che non si riesce ad accettare. Ma nel momento in cui cala il sipario, resta la certezza che un ideale, se nutrito con passione, non muore mai.
Gramsci diventa allora un vento ostinato, che attraversa le generazioni e continua a interrogare, a spingere, a svegliare.
“Gramsci spiegato a mia figlia” non è soltanto teatro: è un abbraccio civile, un invito poetico a riscoprire la forza delle idee, la bellezza della coscienza critica. In un tempo che smarrisce facilmente il senso delle parole, lo spettacolo di Paolo Floris ci ricorda che educare, raccontare, resistere — sono ancora gesti rivoluzionari.










