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Un omicidio, una cittadina dai sobborghi maleodoranti, personalità viscide ed altre meschinità raccapriccianti nell’ultimo romanzo di Cosimo Filigheddu

Di Franco Casula
12/07/2024
in Cultura, Libri
Tempo di lettura: 3 minuti

“Lui non ritirò la mano, e allora l’ammazzò”.
Non è lo svelamento della trama, o come si dice oggi uno spoiler, ma la prima riga del nuovo lavoro di Cosimo Filigheddu “L’odore della città” (2024, Edizioni Il Maestrale, 288 pagg.), quarto tra i romanzi della varia produzione del saggista e commediografo sassarese (gli altri sono: “Rosa Zicchina e i suoi colera”, Edes, 2021, il bellissimo “La guerra di Pasca”, Il Maestrale, 2022 e “Sotto il Grattacielo”, Edes, 2023).

Un incipit che scaraventa subito in medias res, calamita all’istante l’interesse e trascina senza scampo nella lettura. “In una minuscola città dove il confine delle convenienze si varca soltanto se la promessa del risultato fa aggio sul rischio dello scandalo” il corteggiamento in un bar tra due uomini sembra andare a buon fine con la salita all’appartamento di Ettore, al secondo piano dello stesso palazzo in cui si trova il bar; il ripensamento all’ultimo del “bel signore sconosciuto”, però, fa degenerare in tragedia la delusione dello spasimante che con un raptus diventa assassino. Lo scandalo è garantito. Solo l’amico Matteo è in grado di prendere la decisione giusta e infatti si attiva subito convocando la ristretta schiera di amici su cui impera da sempre. Il gruppo è composto da un medico, un giudice, un deputato, un bancario ed un commerciante, gente dell’alta borghesia locale e la cui reputazione, quindi, va salvata ad ogni costo: l’unica soluzione è far sparire il corpo. Mentre loro organizzano l’occultamento del cadavere la questora Bartolini incarica Colomba, la giovane dirigente della Squadra Mobile, e l’esperto ispettore Davide di seguire le indagini sulla scomparsa del forestiero, marito di un’influente consigliera

regionale lombarda che ha espressamente richiesto la ricerca del coniuge in missione di lavoro e che non sente dal giorno prima.
Sotto un cielo velato da una cappa torrida Davide si muove tra albergo, bar e strade seguendo indizi validi ma anche false piste dai risultati compromettenti e incontra persone con informazioni utili, donne che lasceranno il segno e individui sospetti. Intanto il corpo inizia la putrefazione ed il fetore invade la scena del delitto nonostante le finestre spalancate. L’aria cittadina diventa sempre più insopportabile e non solo a causa della canicola.


Il miasma sembra di sentirlo tra le pagine di questo libro in cui la penna di Filigheddu diventa un bisturi che incide a fondo la carne dei personaggi scoprendo lo scheletro marcio dell’inettitudine, della pusillanimità, della corruzione e dell’ipocrisia dando l’impressione che nessuno possa salvarsi in quella città, salvo forse chi tenta di abbandonarla.
Il fatto che dà l’avvio alla vicenda è solo uno dei tanti narrati, i quali sembrano passarsi il testimone e dare la possibilità all’autore di vivisezionare le molteplici caratteristiche dell’umano, soprattutto quelle meno meritevoli di memoria e che tutti cercano di reprimere con l’educazione e per opportunità civico-sociale. Allo stesso modo degli eventi anche i personaggi si avvicendano e quelli secondari assumono il ruolo di comprimari, quando non protagonisti, attraverso relazioni in cui l’incontro scaturisce in scontro o in passione.


Il racconto, perciò, diventa corale e coinvolge tutta la popolazione nel delirio collettivo della cittadina di provincia ben definita e riconoscibile seppur mai nominata che può essere però qualunque centro abitato d’Italia. È l’odore della città che imputridisce gli abitanti o è la loro putrescenza che ammorba l’etere?

L’autore costruisce un noir truce con intrecci ben strutturati e coerenti e crea suggestioni contrastanti ma che coinvolgono in prima persona chi legge dando l’impressione di una partecipazione attiva alle vicende e un’empatia anche nei confronti dei figuri spregevoli rappresentati. Ne è testimonianza la scelta stilistica dell’uso dei soli nomi propri senza cognomi (esclusa qualche eccezione) che rende quei soggetti vicini, quasi conoscenti reali, al lettore il quale però non può fare a meno di provare giudizi critici o negativi nei loro confronti.
Come con “La guerra di Pasca” (sebbene completamente diversa e di cui si consiglia vivamente la lettura) Cosimo Filigheddu ci regala una storia che rimane dentro, che contorce le viscere e coinvolge i sensi lasciando la stessa percezione di appiccicaticcio sulla pelle e nelle narici lo stesso lezzo de “L’odore della città”.

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