Che parola brutta! Cioè, non ha esattamente un bel suono. Infatti, era un oggetto tremendo. Era anche detto bavaglio di ferro, briglia dei muti o briglia della comare. Uno strumento di tortura, gemma di un basso medio evo alla sua fine ma che, evidentemente, aveva lasciato ampi strascichi.
La mordacchia assomigliava al morso dei cavalli ma in più aveva un uncino che si conficcava nella lingua della vittima, usato soprattutto nel periodo dell’inquisizione. Una specie di casco dentro il quale veniva infilata le testa del condannato. Lo scopo era quello di farlo tacere, con dolore, lasciando anche l’handicap che le ferite alla lingua e al volto recavano sulla povera persona sottoposta a tale tortura e spesso esposta anche al pubblico ludibrio.
Per fortuna sono tempi andati, tempi in cui la coscienza delle persone era ancora rivolta alla brutalità, alla punizione, al giudizio senza prove e alla condanna senza peccato. Eppure, non so perché, un po’ mi sembra di descrivere anche i nostri tempi, in certi luoghi di questo pianeta. E non mi riferisco alla guerra, no, troppo facile. Penso proprio alle nostre luccicanti società industrializzate, tecnologiche, smart, veloci, sempre più estetiche e sempre meno etiche. La società dell’ipocrisia, dove per essere accettato nel consesso di quelli che fanno una vita “glitterata”, si deve imparare a tacere e a parlare male, a diffondere calunnie e distruggere il prossimo. Ma soprattutto una società che vanta la difesa della libertà, di pensiero ed espressione e, invece, di fatto mette la mordacchia un po’ a tutti, in ordine sparso.
Questo accade anche nelle nostre relazioni locali, più intime. Tante volte siamo costretti a non dire, tenendo nella lingua l’uncino dell’inespressione, permettendo, magari per ragioni opportunistiche, che qualcuno ci tolga il fiato e la parola, che ci vieti di parlare a nostro favore. Oppure non diciamo, non denunciamo perché proviamo vergogna, magari siamo sotto ricatto. Le ferite della mancata espressione possono farci diventare menomati, quindi non adatti alla vita. Ma la domanda che dovremo porci è: è davvero sano essere adattati a un sistema in cui veniamo continuamente rimpinzati di bugie e che ci chiede di essere bugiardi? È sano accettare di autoregolarsi rispetto a relazioni che si caratterizzano per la violenza della pretesa di silenzio, di passiva accettazione di dettami arcaici e annichilenti della nostra luminosa essenza?
Nessuno può e deve metterci il bavaglio.
È pur vero che dobbiamo imparare a esprimerci, soprattutto con noi stessi, saper parlare alla nostra interiorità, costruendo un buon dialogo interno. Solo dopo sapremo esprimerci anche fuori e, se necessario, anche a rischio della nostra vita, ma mai rinunciare alla verità, all’espressione perché qualcuno arrogante e aggressivo ci tiene alla briglia. È sul dialogo interno che voglio porre l’accento perché come sapete, ciò che sta dentro si vede fuori, ciò che coltivi nei tuoi spazi interni, poi emerge alla luce del sole.
Allora, se tu hai un dialogo brutto con te stesso, se è pieno di auto-giudizio, rigidità, svalutazione e cattiveria, come pensi di poter vomitare questa roba sugli altri? Inoltre, troverai corrispondenza all’esterno, con quelle stesse cose che covi al tuo interno.
Ma, invece di mettere la mordacchia a questo dialogo così distruttivo, inizia ad ascoltare bene, correggi parole e modi, inizia ad amare invece che odiare te stesso. È anche così che si costruisce una società equa.
(Foto di:Brank Kelvingrove Art Gallery and Museum via Wikimedia Commons)









