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Alfabeto interno. C come catena

Di Valeria Martini
05/05/2023
in alfabeto interno, Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
Alfabeto interno. C come catena

“Mi è scesa la catena!”

Immaginate questa frase pronunciata con il bellissimo accento bolognese. Si tratta, infatti, di un’espressione gergale molto usata in Emilia Romagna ma che deriva dal mondo ciclistico. Quando a un ciclista scende la catena e non riesce a farla ritornare sulla corona o sul pignone, è costretto a fermarsi. Invece, a Bologna, significa che è successo qualcosa che ha generato una reazione di stop, qualcosa che si blocca dentro la persona, come se diventasse depressa.

La catena è fatta di elementi uniti flessibilmente l’uno con l’altro, pensate anche alla catena di una collana, o alla catena che un tempo univa la fascia chiusa e stretta alla caviglia del prigioniero, con la palla di metallo nell’altra estremità.

La catena è l’illusione della libertà. Sembra che, per via di quel poco movimento che si riesce a fare, siano possibili anche tutti i movimenti di cui il nostro corpo è abile, quando non è così. O la catena al collo, magari d’oro, impreziosita da gemme o brillanti, ma pur sempre chiusa in un giro. Fino a che si tratti di un ornamento, tutto va bene.

Ma pensate anche alle catene invisibili, quelle della nostra mente, quelle luccicanti e affascinanti che ci portano a formulare sempre gli stessi pensieri e a vivere in un circolo vizioso dove le apparenze, salvandoci dalla miseria, non fanno che nutrire il crollo poco più in là del nostro sguardo.

Ecco perché è famosa pure l’espressione “spezzare le catene”. Quali? Quelle dell’ignoranza, della povertà, della schiavitù qualsiasi essa sia. E queste sono quelle famose. Meno successo ha avuto fino a qui lo spezzare le catene delle emozioni, del nostro ambiente emotivo, che sono causa e conseguenza anche del modo di pensare.

Iniziamo a togliere una maglia dalla catena delle emozioni tossiche come l’invidia, l’orgoglio, l’avarizia di sé, l’accidia, la rabbia che acceca, della vanità. Non è facile, e non lo è perché le abitudini a reagire alla vita hanno anche costituito un modo per difenderci dalla ferita che la vita infligge. Ma si può fare. Certo, non bastano le buone intenzioni, e nemmeno l’ideale buonista di essere delle brave persone che non danno fastidio a nessuno e sorridono di plastica mentre odiano segretamente. No, ci vuole una sana determinazione e una ferma disciplina, in cui attiviamo l’osservatore interno, diamo pieno potere al guardiano che sta sulla soglia della nostra coscienza a restiamo vigili. Eppure, sebbene avessimo questi personaggi interni alacremente impegnati, ancora potremmo fallire nell’interruzione delle catene tumultuose delle emozioni. Noi abbiamo sempre contro l’auto-giudizio e ciò che lo spazza via è il reale amore per noi stessi che ci aiuta a vedere cosa succede senza dire che è giusto o sbagliato, ma che sa comprendere con serenità che c’è un problema di ripetizione disfunzionale di ambienti emotivi. È lì, in quel momento che possiamo dire basta, prendendoci per mano con tutto l’affetto di cui siamo capaci e conducendo noi stessi fuori da una delle nostre maglie dolorose e limitanti. Che poi, sennò, quelle catene finiranno pure per frustarci, lasciandoci sanguinanti.

La vita è bella e tremenda, dipende se la catena picchia o se è un gioiello di cui conosciamo ogni gemma.

(Foto di Matthew Lancaster)

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