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Paolo Crepet a Cagliari per Lei Festival: “Genitori, educare è togliere”

Di Valeria Martini
08/12/2022
in Comunicazione e società
Tempo di lettura: 9 minuti
Paolo Crepet a Cagliari per Lei Festival: “Genitori, educare è togliere”

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo italiano, saggista e divulgatore, ci presenta sabato 10 dicembre alle 20.30 al Teatro di Palazzo Doglio di Cagliari la sua conferenza dal tema “Lezioni di sogni“, che è anche il titolo del suo ultimo libro (Mondadori, 2022). Il suo intervento è attesissimo nel folto cartellone della settima edizione Lei Festival, dedicato al tema dell’Avventura (qui tutto il programma) e organizzato da Compagnia B per la direzione artistica di Alice Capitanio. Abbiamo avuto modo di intervistare Crepet e fargli direttamente alcune domande che ruotano attorno a uno dei soggetti da lui maggiormente trattati, quello dell’educazione e, in questo caso, l’educazione come avventura.

Per lei educare è un’avventura, ma che tipo di avventura è educare?

Educare non vuol dire necessariamente quello che c’è tra genitori e figli o maestri e discepoli. Noi siamo sempre educanti e educati, nel senso che qualsiasi cosa facciamo possiamo imparare, possiamo crescere a qualsiasi età e ruolo in cui noi ci cimentiamo. Quindi l’educazione significa quello che ha di strepitoso, cioè l’idea per l’umanità di crescere, di sollevarsi, come ci suggerisce l’etimo stesso del verbo educare. Non si può che essere educatori. Questo forse è stato un limite della nostra cultura, noi abbiamo delegato l’educazione agli educatori, ed è stato un errore enorme.

Quindi abbiamo smesso di imparare dalla nostra esperienza nel mondo?

Certo, abbiamo specializzato il mondo, e questo è un grande difetto, tipicamente proveniente da una cultura americana, che privilegia lo specifico al generico. Io preferisco il generico allo specifico.

Lei torna di frequente sui genitori che spianano eccessivamente la strada ai propri figli. È famosa la sua espressione “mamma catering”. I genitori hanno smesso la loro funzione educativa per agevolare all’eccesso il percorso dei figli?

Sono genitori troppo accudenti, consideri che “educare è togliere”.

Dai genitori in seria difficoltà sull’educazione passiamo ai figli. Lei spesso si chiede quale sarà il futuro delle giovani generazioni.

Ho una idea molto positiva, perché penso che finalmente prevedere il futuro sia diventato impossibile. Forse ce ne stiamo accorgendo. Ci siamo sempre illusi di prevedere il futuro. I Romani pensavano di farlo interpretando il volo degli uccelli. Oggi chi si metterebbe a predire il futuro guardando il volo degli uccelli? Nessuno o un imbecille. Invece, adesso siamo tutti molto contorti in questo dolore che ci affligge, perché non sappiamo esattamente cosa succederà. Io sabato parlerò del futuro, non mi interessa la critica all’attuale. Ognuno di noi dovrebbe interrogarsi sulle difficoltà a prevedere.

Da cosa dipende questa difficoltà?

Da una grande incertezza. Prendiamo tutto il periodo della pandemia. E qualcuno dice che ce ne saranno tante altre. Il problema è che siamo otto miliardi, quindi siamo sempre più stretti, i contatti saranno più frequenti e i contagi, che derivano dai contatti, saranno maggiori. Tutto si trasformerà. Stiamo invadendo la natura e questo comporterà un cambiamento delle nostre regole di vita, ma non possiamo sapere in che direzione. Non so se tra cent’anni Cagliari sarà sotto l’acqua. Dicono che a Venezia sarà così, ma poi hanno fatto il MOSE e qualche cosa succede. Però è poco predittivo quello che sto dicendo. Ciò ci deve spingere a comprendere quanto impegno dobbiamo mettere per prefigurare il domani.

Stando ancora sui giovani, come possiamo legare il talento a un loro percorso? Ci dà una sua definizione di talento?

Il talento è una cosa che c’è in ognuno. Il talento è la persona umana. Non è vero che è una parte dell’umanità. Poi è anche vero che noi prendiamo il nostro talento e lo buttiamo. Ne facciamo un cattivo uso. È come l’atomica che hanno inventato Enrico Fermi e i suoi amici, ma non pensavano che sarebbe potuto diventare l’incubo dell’umanità. Se oggi Putin ci minaccia non è colpa di Fermi.

Un altro degli aspetti su cui lei muove una forte critica è la vita nei social media. Quanto questi costituiscono una minaccia all’espressone del talento?

I social media sono stati inventati per sconfiggere le nostre intelligenze. È una mia assoluta convinzione. Non significa, però, che dobbiamo fare a meno della tecnologia. Sono ben contento di poter inviare un’email risparmiando della carta e così ridurre l’abbattimento degli alberi, e non voglio tornare indietro. Ma mi accorgo di quello che sta accadendo con l’esplosione dei social media che portano a una complessa conflittualità ed è ciò che si vuole. Pensi solo a questo: noi tutti ci ricordiamo di Capitol Hill perché c’è stato un assalto, non per le riforme che sono state fatte quella volta.

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I social non lasciano passare il vero significato di un evento o una esperienza.

Assolutamente no. Quel congresso americano aveva votato qualche mese prima un riforma strepitosa per l’umanità, una sorta di servizio sanitario che potesse coprire ogni fascia sociale, ma questo lo ricordano in pochi però tutti ricordano l’uomo con le corna di bisonte che fa irruzione. Perché? Perché l’uomo con le corna di bisonte era rimbalzato massivamente su tutti i social media. Vuol dire che sui media ci stanno i cornuti ma non ci stanno le riforme.

Dal punto di vista relazionale è tutto portato a un’esteriorità estrema e superficiale. Sebbene i social siano un mezzo importante, è pur vero che potremmo usarli anche in maniera intelligente.

Certo. Oggi tutti sappiamo che il nostro primo ministro è stato minacciato via social, perché questo è un modo per dare a tutti un’arma ma non è vero che tutti hanno una penna. In molti, tantissimi, hanno un coltello. Non avere capito questo è quantomeno complicità.

A questo uso aggressivo e superficiale dei social potremmo anche aggiungere quello fuori luogo di quei politici che hanno tentato di comunicare da dinosauri su Tik Tok a dei giovanissimi che, rispetto a loro, parlano un linguaggio alieno. Cosa ne pensa?

Hanno cercato consenso anche lì ma non è un consenso reale. Perché qualcosa che sia approfondito o collegabile anche a una emozione, non passa sui social. Ciò che si fissa sulla memoria è difficile che sia compreso nell’arena dei social.

Chiudiamo con una domanda su una qualità che è molto carente nella nostra società: la gentilezza. Cosa possiamo fare?

I gentiluomini e le gentildonne erano scarsi anche secoli fa. Quindi non veniamo da una storia della gentilezza.

Possiamo iniziare a scrivere una storia della gentilezza?

Sì, come allora c’erano persone gentili, possiamo farlo anche oggi, ma non potrà mai essere la maggioranza dell’umanità. È una utopia.

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