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Dalla Marcia su Roma a quella su Cagliari, dal manganello al giorno delle “decisioni irrevocabili”

Di Maurizio Pretta
28/10/2022
in Comunicazione e società, Cultura
Tempo di lettura: 10 minuti
Dalla Marcia su Roma a quella su Cagliari, dal manganello al giorno delle “decisioni irrevocabili”

La Sardegna non partecipò alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Allora le camicie nere non godevano di molta simpatia e le poche organizzazioni fasciste isolane, erano relegate alle aree urbane, minerarie e della piccola industria. D’altra parte otteneva sempre maggiori consensi il Partito Sardo d’Azione di Emilio Lussu e Camillo Bellieni che, forte di una profonda radicalizzazione soprattutto nell’entroterra, si opponeva caparbiamente alle violenze delle squadracce. Ben presto Mussolini comprese che la strada dello scontro frontale non avrebbe giovato al proselitismo mirato a portare nuovi accoliti alla sua causa e si convinse a sfruttare il grimaldello della comune matrice combattentistica, attuando, con l’invio del generale Gandolfo in qualità di prefetto, quell’operazione fusionista che in poco tempo avrebbe cambiato le sorti del fascismo in Sardegna.

Sardegna pigra

‘Italia virtuosa e Sardegna pigra!’ Con questo titolo, l’avvocato sanlurese Pasquale Marica, futurista, autore nel 1916 di un assurdo articolo sulla moltiplicazione dei sardi allo scopo di farne primo materiale di guerra, spettatore a Roma della calata delle legioni di Mussolini, tuonava, dalle colonne de ‘L’Unione Sarda’ contro l’isola assente ingiustificata nel “giorno più memorabile della nostra storia unitaria”; ancora una volta in ritardo nel mentre che nella capitale, con “fremito, entusiasmo e speranza”, la ferrea volontà di Benito Mussolini si apprestava a travolgere una volta per tutte le aspirazioni rivoluzionarie bolsceviche, “la fatale necessità del giolittismo” e anche lo spirito di vendetta privata di Lussu e dei suoi amici – “non si è di Armungia per niente”, malignava, con malcelato classismo provincialotto.

L’articolo di Marica apparso ne numero 9 de ‘L’Italia Futurista del 1916. ( Bibliothek des Kunsthistorischen Instituts in Florenz)

La grande colpa della Sardegna era quindi quella di aver perduto ancora una volta una grande occasione per valorizzarsi e questo, secondo Marica, non era assolutamente ammissibile. “L’isola dei cinquantamila morti (sic!) delle medaglie d’oro, del lealismo monarchico, poteva esserci e non ci fu. Suo danno.” Concludendo con l’ammonimento: “è supremamente cretino, voler restare assenti dalla profonda, vera, formidabile rivoluzione”.

Tuttavia non disperava. La sensazione che si ha nel leggere quelle righe è che quel suo accorato ma deciso rimprovero fosse rivolto maggiormente al direttore del giornale che ospitava l’articolo, Francesco Caput e in particolare al suo proprietario, Ferruccio Sorcinelli, ovvero colui che nella primavera del 1921 aveva inaugurato la stagione del fascio nel bacino minerario del sud-ovest dell’isola, piuttosto che a Emilio Lussu o al vecchio decano dei deputati Cocco Ortu.

Il fascismo aveva attecchito lentamente in Sardegna. In alcune aree della Gallura, nel distretto minerario, dove erano maggiormente presenti amministrazioni di sinistra e organizzazioni sindacali socialiste e nelle città di Sassari e Cagliari, dove studenti, reduci, mutilati, ex arditi e legionari fiumani organizzarono le prime squadre in camicia nera. Fino ad allora, dai più, e specialmente nei quadri degli azionisti sardisti, il movimento fascista era stato visto come un fenomeno di veterani della guerra, relegato alla sola Pianura Padana, che si opponeva agli eccessi dei “rossi”. Molto presto avrebbero cambiato idea.

Già a ridosso delle elezioni del 1921 la “maschia gioventù”, come recitava l”Inno dei giovani fascisti’, che avrebbe dovuto inaugurare la stagione della risurrezione morale dell’Italia cominciò a far uso spasmodico del manganello e dell’olio di ricino contro socialisti, comunisti e sardisti. Un’escalation di violenza che dopo la Marcia su Roma avrebbe fatto il salto di qualità.

L’ora del manganello e la Marcia su Cagliari

Ferruccio Sorcinelli

Protagonista e promotore indiscusso della più becera brutalità fascista sarda fu Ferruccio Sorcinelli, industriale aretino, proprietario delle miniere di Bacu Abis e Candiazzus e fresco acquirente del quotidiano ‘L’Unione Sarda’ dalle cui colonne aveva ben presto preso a esaltare e legittimare aggressioni e devastazioni.

Quasi prendendo alla lettera le lagnanze dell’avvocato Marica e a giustificare la sua colpevole assenza, il fascismo sardo si mobilitò e appena un mese dopo la marcia romana ne organizzò una tutta isolana in quel di Cagliari. Dalla sera del 25 novembre affluirono in città i fascisti di Sassari, Porto Torres e Alghero ai quali si aggiunsero la mattina seguente quelli del Campidano e delle zone minerarie di Iglesias, Guspini e Narcao, circa duemila camerati, a voler prestar fede alle cronache, scortati da numerosa forza pubblica.

Prima della “grandiosa manifestazione” venne inscenata una solenne cerimonia al politeama Margherita dove vennero consegnati labari e gagliardetti. Vi presenziarono il sindaco Gavino Dessì Deliperi, il presidente della Deputazione provinciale, il prefetto – che la sera prima aveva vietato una manifestazione antifascista – il presidente del tribunale, svariate altre autorità e uno stuolo di madrine dal cognome altisonante. Non era la prima manifestazione alla quale le alte personalità cittadine avevano dato il loro beneplacito; già il 31 ottobre le camicie nere, partendo dalla piazza della stazione, avevano percorso le vie cagliaritane, facendo il giro di palazzi e caserme, incoraggiati ed elogiati dal prefetto Giovanni Valle e dal generale Gastone Rossi – si, quello che da il nome al centro ippico militare di viale Poetto – L’unico che negò la sua presenza, un’assenza che fecce parecchio chiasso, fu il vescovo monsignor Ernesto Maria Piovella, che impose a tutti i sacerdoti della diocesi di astenersi dal partecipare e dal dispensare qualsiasi benedizione.

.

Emilio Lussu

Alle tre pomeridiane i convenuti in piazza XXVII Marzo (attuale piazza del Carmine) giurarono all’unisono di consacrarsi totalmente per il bene dell’Italia e accompagnati delle note di ‘Giovinezza’ s’incolonnarono ordinatamente dando il via alla marcia su Cagliari. Il corteo si inoltrò per viale San Pietro (attuale viale Trieste), virò per via Caprera e raggiunse il Corso per proseguire ancora in piazza Jenne, Via Manno, Via Garibaldi, riscendere in via Nuova (via Sonnino) e terminare dopo aver percorso tutta la via Roma. Un itinerario diverso rispetto a quello prestabilito.

Gli oppositori di Cagliari e dintorni, che avevano già sperimentato la violenza squadrista e alla quale tuttavia non erano rimasti impassibili spettatori, non avevano l’animo ben disposto a tollerare questa mobilitazione armata, ma i capi politici diedero ordine di non intraprendere alcuna azione. Anche la quasi totalità della cittadinanza rimase indifferente od ostile innanzi a quell’insolito spiegamento di forze.

Ad ogni modo la tensione era alle stelle e le prime schermaglie, sintomatiche di quanto sarebbe successo in quel pomeriggio domenicale, cominciarono già al mattino nella zona dei bagni Carboni e del Politeama con spari d’arma da fuoco e verso l’ora di pranzo nella via Baylle, in piazza Jenne e in piazza Martiri, dove vi furono alcuni tafferugli.

Il corteo procedette scortato da un migliaio di guardie regie (armate di mitragliatrice) e carabinieri. Un codazzo marziale composto da centinaia di uomini e da una trentina di donne tutte armate di pistola, marciò lugubre al suon dei tamburi invocando la morte per i traditori della patria. La banda eseguiva la ‘Canzone del Piave’ e nel mentre,come riportava trionfalisticamente il cronista de L’Unione Sarda’, “sfilavano le balde giovinezze, fiere, composte, ginnastiche, comprese del loro compito grave e ardito”.

Accadde però che questi giovani dall’alto della loro baldanza presero a intimidire inermi e attoniti cittadini, invitandoli minacciosamente a salutare le loro insegne. Davanti al loro “oltraggioso” rifiuto cominciarono le manganellate e quando quella docile platea ebbe l’ardire di difendersi, forse erano queste le irriverenti provocazioni che intendeva la stampa sorcinelliana, saltarono fuori pugnali, rivoltelle e bombe a mano.

La folla, benché quasi totalmente disarmata, reagì furiosamente. Il corteo si sfaldò e le camicie nere, seguite prontamente da carabinieri e guardie regie, cominciarono a sparare. Emilio Lussu, malmenato dalle guardie regie qualche giorno prima e ricoverato in ospedale, raccontò che i contusi e i feriti di quella giornata testimoniarono che la sensazione diffusa era quella che fosse stato tutto previsto e organizzato meticolosamente al fine di provocare lo scontro, per poi addossarne la colpa alla moltitudine antifascista.

Fra i tanti feriti giunti al San Giovanni di Dio ne arrivò uno in gravissime condizioni. Era stato preso a pugnalate da un fascista suo vicino di casa in quanto colpevole di non essersi voluto levare il capello e salutare il gagliardetto. Si chiamava Efisio Melis, un reduce di guerra, che non poté difendersi perché reggeva in braccio il figlioletto di un anno appena. Per il suo diniego divenne, suo malgrado, il primo martire dell’antifascismo sardo, morendo il 2 dicembre fra le braccia dello stesso Emilio Lussu.

La conta dei feriti fra civili e oppositori, circa 150, considerando che tanti non si presentarono in ospedale per paura di essere arrestati, contro i dieci contusi fascisti, dice molto sulla soverchiante disparità di forze in campo in quella che fu una delle più violente giornate della storia cittadina.

Al cader della notte la città era deserta. Come su un campo di battaglia,
era sceso il silenzio lugubre. Solo continuavano a squillare le fanfare e
a rullare i tamburi. Il passo dei conquistatori cadeva cadenzato, coperto
ogni tanto da clamori di trionfo. Lo scalpitio dei cavalli degli squadroni
reali annunziava alla città che le forze dello Stato legalizzavano la
vittoria. Io, all’ospedale, li sentivo distintamente. Alla mia
immaginazione apparivano neri e macabri come una cavalcata di
spettri, preceduta da pesanti voli di corvi gracidanti…
(Emilio Lussu – Marcia su Roma e dintorni)

Manifestazione fascista in via Roma a Cagliari.

Dicembre di sangue

Da quel momento, con Mussolini al potere, la violenza fascista ormai legalizzata farà il salto di qualità anche in Sardegna. Si cominciò subito. Il 3 dicembre successivo a Terranova (Olbia) con l’assalto di decine di squadristi arrivati da Roma a mettere a ferro e fuoco la città; il 13 l’amministrazione comunale socialista di Iglesias fu costretta a dimettersi; il 20 venne assaltata la Camera del Lavoro di Cagliari e pochi giorni dopo toccò alla sede del giornale sardista ‘Il Solco; il 27 venne aggredito in strada il muratore cagliaritano Cesare Frongia, reduce di guerra e antifascista, che morì poco dopo nel letto dell’ospedale per le ferite riportate. Lo stesso giorno del suo funerale, durante una spedizione punitiva, vennero assassinati a Porto Scuso i fratelli Luigi e Salvatore Fois. I responsabili di tali omicidi verranno condannati dalla magistratura, non ancora asservita al potere, per poi essere vergognosamente graziati dal ministro Rocco.

L’anomalia e il paradosso del sardo-fascismo

Il generale Asclepia Gandolfo

Le violenze proseguirono in tutta l’isola fino ai primi mesi del 1923. Intanto Mussolini, constatando che al fascismo in Sardegna stavano aderendo soltanto esponenti borghesi, che la popolazione era per lo più ostile ai “fautori della nuova era”, e che gli ex combattenti volevano restare ancora alla corte del “Cavaliere dei Rossomori”, il nomignolo per Emilio Lussu è di conio sorcinelliano, ebbe la “felice” intuizione di mandare sull’isola in qualità di prefetto, con poteri che neppure in epoca crispina nessuno si sarebbe mai sognato, il generale Asclepia Gandolfo. Fra lo scioglimento di un consiglio comunale e la destituzione di qualche sindaco, ebbe tempo e modo di visitare quasi tutti i centri della provincia, dove tenne comizi e conferenze ammaliatrici, puntando soprattutto alla comune origine combattentistica di sardisti e fascisti. Così l’ambasciatore del capo del governo riuscì a scardinare dall’interno l’unità del Partito Sardo d’Azione e portò sotto il fascio littorio una buona fetta dei suoi esponenti, in particolar modo quelli delle sezioni cagliaritane, che cedettero alle sue lusinghe.

Per far si che la sua azione risultasse credibile arrivò a sconfessare il fascismo arrivista, degenerato e vendicativo di Ferruccio Sorcinelli e dei suoi accoliti, non esitando, una volta portata dalla sua parte l’ampia ala sardista, a disfarsene senza troppi indugi. Così nell’isola si arrivò al paradosso di avere diversi episodi dove sardisti, che in passato erano stati manganellati e ai quali erano state somministrate abbondanti libagioni d’olio di ricino, una volta diventati fascisti, bastonavano e punivano i fascisti sardi della prima ora. Il massimo dell’assurdo si raggiunse il giorno di capodanno del 1924, quando il fascismo governativo, usando come pretesto un volantino illegale, punì severamente quello antagonista de “L’Unione”, facendo perquisire lo stabilimento del quotidiano e la stessa casa dei Sorcinelli con una retata guidata dal questore in persona in compagnia di due commissari e una decina di agenti, e col “via libera” a gruppi di novelli squadristi, che, avendo ormai acquisito i metodi spicci di quelli che li avevano preceduti, saccheggiarono le edicole, bruciarono le copie del giornale, invasero la redazione, gli uffici della sede amministrativa e distrussero quanto vi trovarono.

Alcuni dei protagonisti di questi mesi tempestosi uscirono ben presto di scena. Ferruccio Sorcinelli morì gravemente ammalato nel marzo del 1925, il generale Gandolfo lo seguì a fine agosto, mentre Francesco Caput, espulso dal partito e costretto ad abbandonare la direzione del giornale ,che sarebbe presto finita sotto le mani dell’ex sardista Paolo Pili, si ritirò a vita privata.

L’intera operazione fu talmente convincente che in un primo momento anche Emilio Lussu non rimase sordo all’eco di sirene architettato da Mussolini, per fare poi repentinamente dietrofront in seguito alle infuocate missive di Cammillo Bellieni e Francesco Fancello pronti a rinnegare il suo operato.

Il resto è storia. Ben presto ripresero le violenze che, raggiungendo l’apice con i noti fatti di Piazza Martiri, spensero ogni velleità di resistenza dell’antifascismo sardo che comunque proseguì per molti nell’esilio all’estero e poi ancora durante la guerra civile in Spagna. Il fascismo trionfava e al suo fianco, a passo di marcia, i cagliaritani e i sardi parteciparono al grande orgasmo collettivo delle imprese d’Etiopia, alle vergognose leggi razziali sottoscritte anche dal cagliaritano Lino Businco,( che non verrà mai perseguito per il suo operato, ma anni dopo addirittura insignito della “Commenda dell’ordine al merito della Repubblica”, che certamente avrà conservato assieme alla “Croce rossa tedesca di seconda classe” conferitagli da Adolf Hitler in persona) alle parate oceaniche e al fatidico 10 giugno del 1940.

Quel giorno, raccontato sempre dalle colonne de ‘L’Unione Sarda’, in un’“adunata superba di fede e di ardore destinata a restare scolpita negli annali“, in una piazza Costituzione “rigurgitante di umanità” la folla esultava, “in un blocco di cuori, in un palpito solo”, e partecipava allo scoccare dell'”ora segnata dal destino e delle decisioni irrevocabili”, che meno di vent’anni dopo avrebbero portato i pochi cagliaritani rimasti nella città a marciare ancora, ma questa volta in mezzo alle sue macerie. Dove il duce volle.

Il bastione nel 1943 con le conseguenze delle “decisioni irrevocabili”

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