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I grandi magazzini Gittelshon nella Cagliari della Belle Époque e quel mercante venuto da lontano

Di Maurizio Pretta
07/10/2022
in Comunicazione e società, Cultura, Moda
Tempo di lettura: 5 minuti
I grandi magazzini Gittelshon nella Cagliari della Belle Époque e quel mercante venuto da lontano

Alla fin fine nessuno lo sapeva veramente da dove veniva. Era difficile persino pronunciarlo quel cognome e così per i cagliaritani era semplicemente il signor Ermanno. Da tanti anni in città, scaltro, intraprendente, aveva tirato su un vero e proprio emporio al civico 23 della via Manno, contribuendo assieme agli altri commercianti, a creare quella che sarebbe diventata la via dello shopping cittadino per antonomasia. I giornali dell’epoca pullulano delle sue fantasiose reclame, attraverso le quali informava la clientela urbana e della provincia su offerte, occasioni e novità, almeno fino al 1915, quando morì tragicamente, lasciando attoniti quanti, in quarant’anni, avevano imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo.

Fra la fine dell’Ottocento e i primi lustri del Novecento, Cagliari era profondamente cambiata. La vecchia chiusa città, piazzaforte militare, aveva ceduto il passo a quella mercantile, aperta al mondo, cosmopolita, che attirava uomini d’affari, imprenditori, maestranze e si specchiava nelle nuove costruzioni, nel suo bel mercato civico, nella macchina a vapore, in un porto più funzionale, nei bagni della Playa, nei teatri, nei caffè alla moda e nei suoi negozi. Chi in quegli anni transitava per la via Manno, appena superato il negozio della Premiata Fabbrica di Strumenti Musicali Masala e Corda, veniva inevitabilmente attratto da una lunga serie di vetrine sopra le quali capeggiava una scritta a caratteri cubitali : “H. Gittelshon – Biancheria – Tende- Tappeti – Telerie”. Era il negozio, o meglio i “grandissimi magazzini” del signor Hermann dove veramente si poteva trovare di tutto. Chissà quante volte, il giovane Antonio Gramsci, allora studente nel vicino Liceo Dettori, si sarà fermato a contemplarle quelle vetrine, stupito, ma con l’espressione disillusa, di chi, perennemente in bolletta, sa bene che non può permettersi un cappello floscio alla moda o un berretto nuovo, per sostituire finalmente quello suo “indecente e con le falde cascanti”, come ebbe a scrivere al padre nel gennaio del 1909.

Herman Gittlesohn nacque da Ezechiel e Wiidgerson Sterne a Mitau – nome tedesco che aveva allora la città di Jelgava, in Curlandia, attualmente appartenente alla repubblica della Lettonia, ma all’epoca sotto il dominio dell’impero degli Zar russi – il 30 gennaio del 1848. In quel frangente storico la Curlandia era una regione praticamente apolide, dove assieme ai nativi convivevano, livoni, lituani, tedeschi, crevinchi, russi, polacchi e circa diecimila ebrei. La famiglia di Herman era espressione di una discendenza ebrea con antiche radici tedesche, una di quelle che nonostante persecuzioni, pogrom e deportazioni aveva preservato la parlata yiddish e si era dedicata alle attività artigianali e ai commerci.

La sinagoga di Mitau in una stampa d’epoca. Venne distrutta durante il secondo conflitto mondiale.

Non sappiamo cosa abbia spinto il signor Gittlesohn ad approdare in Sardegna e anche il come sia giunto rimane un mistero. Probabilmente pervenne a bordo di qualche nave mercantile, magari una di quelle di ritorno dai porti del mar Baltico con i quali dall’isola si commerciavano frequentemente grandi quantità di sale marino. Quello che è certo è che Herman Gittelsohn, in un imprecisato giorno del 1875, arrivò a Cagliari e non se andò mai più.

Passarono pochi anni e il suo nome cominciò ad apparire frequentemente nelle ultime pagine dei quotidiani dell’epoca, prima su ‘L’Avvenire di Sardegna’ e ‘Il Corriere’, poi su ‘L’Unione Sarda’, con i suoi spot accalappia clienti. Nel suo emporio dal carattere internazionale si trova ogni cosa, dall’occorrente per arredare le case: tende, tappeti, mobili viennesi, coperte, lenzuola, biancheria – un vero paradiso per ogni sposa che desidera un corredo nuziale dignitoso – ai mantelli impermeabili, soprabiti, ulsters, scarpe di gomma, punch, spencer’s, berretti, cappelli di ogni sorta, coperte da viaggio, plaids, giocattoli, coperte di lana, camicie e maglieria di lana, calze di lana, sottane e gonne, centinaia di modelli di bluses, ricchi assortimenti di paletò leggerissimi in seta o in tulle, stoffe d’alta novità per abiti da signora, seterie, lanerie, alpagas, coliennes, viles, e svariati modelli di confezioni per signora.

La pubblicità del negozio in un numero de ‘L’Avvenire di Sardegna’ del 1889

Questi erano i Grandi Magazzini – talvolta “grandissimi” e “magazzeni” -, del signor Ermanno, che declamava la sua merce ai primi arrivi delle novità di stagione garantendo i suoi prezzi ultraconvenienti e “modicissimi da escludere ogni concorrenza”. Probabilmente fu uno dei primi store cittadini che per decenni conquistò il favore dei cagliaritani e fece conoscere il nome Gittelsohn ben oltre le mura cittadine.

Durò fino alla notte del 6 maggio del 1915, quando correvano le “radiose giornate” che avrebbero portato anche l’Italia alla catastrofe della guerra. La mattina seguente si sparse fulminea la notizia della morte del signor Ermanno. La cittadinanza, incredula, ne rimase fortemente impressionata. I suoi fidati commessi Tronci e Dore, non trovandolo all’orario d’apertura in negozio, preoccupati, andarono a cercarlo in casa sua, al civico 8 delle vicina via Gaetano Cima, ma non ottennero nessuna risposta e nessun segnale di vita. In compenso sentirono distintamente un fortissimo odore di acido carbonico che accompagnò il loro comune, mesto, presentimento. Lo trovarono che giaceva nel suo letto, con le imposte della stanza sigillate con stracci e tre bracieri ormai spenti, le cui esalazioni, in pochi minuti lo avevano portato alla morte per ipercapnia.

Il necrologio apparso nel quotidiano L’Unione Sarda

Il signor Ermanno se ne andò così, suicida a 67 anni, pare per questioni di cambiali avvallate con un noto industriale cittadino. Nel suo ultimo giorno di vita aveva pagato tutti i suoi commessi e saldato il conto presso la trattoria dove abitualmente si recava a mangiare. Morì solo, non si era mai sposato, nel silenzio di una notte di primavera, poco prima dell’avvento dell’apocalisse che avrebbe decretato la fine della Belle Époque e sconvolto la vita anche a tante famiglie cagliaritane. Venne sepolto al cimitero di Bonaria il mattino del nove seguente, con una semplice ma commovente cerimonia alla presenza degli amici, dei colleghi commercianti e di alcuni fra i quanti in quarant’anni avevano avuto modo di conoscerlo. Poi la guerra si portò via tutto, anche il suo ricordo, e la città si dimenticò di preservare la memoria di quel signore venuto da molto lontano e quella del suo grande negozio, “uno di quelli più alla moda della nostra città – ebbe a scrivere il cronista del ‘L’Unione Sarda’ – la cui ampia vetrina costituiva la più grande attrazione delle mostre eleganti“.

La lapide che ricorda la tomba dei Hermann Gittelsohn nel Cimitero monumentale di Bonaria

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