Tanta acqua è passata sotto i ponti nella landa del Kasabianshire (concedetemi la licenza), primi vagiti dalla fine degli anni ’90, una presenza importantissima nella seconda New Wave degli anni 2000, diverse hit scolpite nella pietra e soprattutto alcuni scossoni importanti nella struttura della band: prima l’abbandono di Karloff nel 2006 che lascia Pizzorno totale lead guitar e poi lo split doloroso e necessario dal cantante Tom Meighan che ha veramente rischiato di far sciogliere totalmente la band, nel non lontano ma confusamente ricordabile 2020.
Di fronte a tal bivio, Sergio Lorenzo Pizzorno, evidenti parentele italiane, più precisamente di Genova, ha deciso di prendere totalmente le redini della band ed assurgere al ruolo di cantante, chitarrista principale e songwriter, nella maniera anglofona che più chiara di così non si può.
Ed eccolo qua, nel caldo afoso di agosto 2022, il settimo album ‘The Alchemist’s Euphoria’ in cui possiamo – forse – celebrare la rinascita della band di Leicester.
Dico forse perché, se da un lato sono sempre stato affascinato da una ben precisa e personale capacità ed abilità della band di creare una personale acida melodia, rimango comunque scettico e dubbioso nel lasciare il tutto in mano solamente a Pizzorno – ed infatti i miei dubbi trovano una declinazione nell’ascolto dell’album – dopo svariati ascolti, in poche parole, posso affermare che non ci ho capito molto di questo album, cosa vuol dire è presto detto.
L’album sembra e forse veramente è un minestrone sonoro della razza più variegata mai ascoltata, in cui si alternano tutte le influenze del chitarrista ormai factotum, dall’hip hop (si avete letto bene potete posare il collirio) ad una sorta di synth rock fino – nella parte finale – una evocazione in maniera molto poco velata ma sicuramente intelligente e non posticcia di mostri sacri come Beatles e Pink Floyd.
Per chi è rimasto leggermente confuso da queste parole posso confermare che lo rimarrà ancora di più ascoltando questa nuova release dei Kasabian ( o SLP solo Orchestra) ma rimango anche convinto della bontà dell’opera del Pizzorno nel riuscire a comporre quasi totalmente da solo un disco di 12 canzoni e 38 minuti che merita sicuramente prima di tutto la sua genesi che ha evitato lo scioglimento di una band interessante come i Kasabian e poi di ripetuti ascolti e supporto affinché questo non sia un episodio isolato, un epitaffio, bensì il punto di svolta.
Quindi, siamo chiari, l’alternativa sarebbe stata lo scioglimento della band ed onestamente possiamo essere tutti più contenti cosi.
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