Certe piccole comunità vivono grazie a economie spesso basate sulla pesca e sulla caccia. Per certe piccole comunità si tratta anche di momenti relazionali importanti, di aggregazione sociale e di tradizione. Soprattutto quando si tratta di comunità lontane dai grandi centri abitati, situate in zone climatiche difficili e poco ospitali gli animali diventano fonte di sostentamento insostituibile. È il caso delle isole Faroe, ufficialmente appartenenti alla Danimarca ma di fatto con un governo autonomo, dove ogni anno gli uomini dei villaggi si dedicano alla tradizionalissima ‘grindadráp’.
Gruppi di imbarcazioni accerchiano al largo i delfini e li spingono a riva, fino a spiaggiarsi. Qui le persone radunate per il grande spettacolo, con attrezzature o mezzi di fortuna, massacrano i cetacei.
Che bella tradizione, che bel momento di comunità.
Talmente bello che perfino il governo, che pure approva e incoraggia questa antica pratica così caratteristica e culturalmente significativa, è dovuto intervenire imponendo il limite di 500 esemplari da sacrificare a fronte dei 1423 uccisi in un solo giorno nel 2021. Ovviamente chi si reca ad assistere e a partecipare al massacro non è un professionista, gli animali sono rimasti agonizzanti a lungo prima di trovare conforto nella morte.
Altrettanto ovviamente le associazioni animaliste di tutto il mondo sono insorte, insieme a parte della popolazione locale. Per Sea Shepherd la caccia è stata crudele e inutile, criticata perfino da chi fa parte del comitato organizzativo dell’evento.
Sul dibattito è intervenuta anche la NAMMCO – North Atlantic Marine Mammal Commission che si occupa di monitorare la salute dei cetacei e evitare la loro estinzione. Il limite di 500 esemplari varrà per quest’anno e per il prossimo, in attesa di eventuali nuove disposizioni per gli anni a venire, ad esempio sull’obbligo di armi che evitino inutile sofferenza agli animali.
Mi chiedo quanto valgano le tradizioni, e quanto di bello possa esserci da tramandare in una comunità che ha fatto di un massacro il suo momento di migliore e più autentica espressione. Perché nonostante le difficoltà oggettive di luoghi impervi, nonostante la discutibile necessità di nutrirsi di animali per mancanza di altre forme di economia e di sostentamento, le immagini pubblicate dai giornali di queste persone immerse fino alla vita nel sangue mentre macellano bestie innocenti con enormi sorrisi stampati sulle facce mi crea un enorme disagio e mi fa riflettere sul fatto che certe tradizioni dovrebbero essere rimosse, in un’ottica di rispetto dell’ambiente, degli animali, e in definitiva della vita stessa.










