Era la fine del meraviglioso decennio 2000-2010, quando Paolo Nutini apparve come il solito fenomeno musicale passeggero, un bel ragazzo nemmeno ventenne dal nome italiano che però di italiano aveva solo le origini e la combo nome & cognome, con delle belle canzoni orecchiabili.
Il nostro mercato discografico, sempre attento a stupire e stupirsi per soli pochi mesi, fu bravissimo a recepire dell’artista scozzese tutto ciò che letteralmente non gli apparteneva, ovvero un’ anima pop e spensierata, a trattarlo come se fosse l’ uscita di un talent e a metterlo alla stregua di tanti altri da usare per una sola estate e poi gettare nel dimenticatoio.
Paolo Nutini, invece, non aveva l’interesse di dimostrare che non era niente di tutto questo e mi colpì da subito per un’ aura di sincerità e distacco, confermata poi in un fantastico live a Budapest durante l’edizione 2012 dello Sziget Festival.
Da lì però si incominciarono a perdere le sue tracce nonostante il suo album del 2014, ‘Caustic Love’.
Invece, anno domini 2022, ‘Last Night In The Bittersweet’ è il suo ritorno con un album meraviglioso, a tratti oscuro, malinconico, sicuramente un lavoro complesso nelle sue diverse sfaccettature, che dimostra la maturità di un’artista forse sempre disallineato con il tempo imposto dagli altri, che ha saputo generare successi e spianare la strada a successive generazioni di artisti oltremanica (Ezra, Sheeran, ad esempio) ma che ha sempre poi gestito il suo di tempo, uscendo dalla scena per ben otto anni e tornando a sorpresa spiazzando tutti positivamente.
‘Last Night In The Bittersweet’ è quindi un lavoro completo ed eterogeneo in cui ritrovare tantissime delle sue influenze (forse troppe, sembra quasi un dizionario, tra citazioni o dialoghi come in ‘Afterneath’) dell’artista scozzese, da Robert Plant, Springsteen, gli U2, Tom Waits, momenti più acidi quasi Suicide, tutti perfettamente dosati nelle diverse e tante tracce che compongono l’album – 16 canzoni per 72 minuti – sapientemente prodotto da Nutini stesso e dal duo Gavin Fitzjohn e Dani Castelar.
Un album da ascoltare ripetutamente, da apprezzare sia in versione studio che live, grazie alla sua presenza per almeno una decina di date qui in Italia, sperando che non passino poi altri otto anni per il suo prossimo lavoro.
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