Questa è una storia di fughe. Dall’Italia, dalla famiglia, dai “doveri verso la patria” e probabilmente da se stessi. Una storia che potrebbe essere il classico film su “sesso, droga e rock n’roll”, o un romanzo come ‘Trainspotting’ di Irvine Welsh. Invece, come spesso accade, ci sono storie reali che superano di gran lunga quelle di fantasia, rimanendo tuttavia sconosciute ai più. La vicenda di Luca Prodan è una di queste, un cammino lastricato di eroina, eccessi e chitarre distorte, una storia maledetta che dall’Urbe lo ha portato in Scozia e alla Perfida Albione, fino al capolinea di Buenos Aires, dove muore nel 1987 a soli 34 anni, ma dopo aver rivoluzionato per sempre – con i suoi Sumo – le sorti della musica in un’Argentina che stava uscendo a fatica da anni di feroce dittatura, impazziva per Diego Armando Maradona e anche attraverso il punk e il rock cercava si svegliarsi dal torpore violento del regime dei colonnelli.

Prendete un nativo di Roma, figlio di padre di origine austro-turche e madre scozzese ma cinese di nascita. Un ragazzo fortunato, in apparenza, che può permettersi di studiare al prestigioso collegio di Gordonstoun – lo stesso frequentato in quel periodo dal rampollo di casa Windsor, Carlo principe di Galles – che però scappa poco prima di diplomarsi per raggiungere la Londra infiammata dalla punk invasion e dal no future urlato al microfono da Johnny Lydon. Ricercato dall’Interpol, arrestato in Italia per renitenza alla leva, tossicomane, alcolista. Ecco, forse ora potete farvi un’idea della complessità del personaggio che corrisponde al nome di Luca Prodan e dello scompiglio che poteva agitare il suo animo.
In caso non bastasse, aggiungeteci un amore smisurato e passionale per la musica, che tuttavia non riesce ad alleviare i suoi tormenti, un palliativo alternativo cercato nell’eroina, come molti altri della sua generazione, un rapporto non proprio idilliaco con i genitori, al quale si aggiunge il dolore straziante per la tragica prematura morte della sorella Claudia. In parole povere, nel 1979, Luca Prodan è un ragazzo disperato che non intravede alcuna via di redenzione ed è a un passo dal baratro.
La salvezza arriva attraverso una foto idilliaca speditagli da Cordoba dal suo amico Timmy McKern che coincide con l’incontro con una guaritore sardo, tale Pino, e in Luca si riaccende un barlume di speranza. “Era un fiore appassito che cercava di rinascere, e qui vide crescere i suoi nuovi germogli”, ha raccontato McKern nel 2017 al quotidiano ‘La Nacion‘. Un sorta di congiuntura mistica dove il “santone” ha il presagio di un viaggio in un paese lontano dove Luca avrebbe realizzato qualcosa di veramente rivoluzionario.
Ma come? L’unica via di redenzione è un biglietto di sola andata verso una valle argentina sperduta in mezzo al nulla in un paese sotto il giogo di una feroce dittatura? Esattamente. A Traslasierra, nei silenzi assoluti della provincia di Cordoba, Luca, trova la sua dimensione per ritornare alla vita. Lontano dal caos urbano, dai tormenti accumulati in Europa e dall’eroina, ma con un un background musicale enorme, forgiato nei trascorsi britannici dove lavora anche alla Virgin, cha va dai Pink Floyd di Syd Barret a Jim Morrison, da Ian Curtis a Bob Marley, passando per Soft Machine, Ian Dury, Elvis Costello, David Bowie per arrivare a Lucio Battisti, Franco Battiato, Brian Eno e Lou Reed.
Qui grazie alla sua passione e alla sua caparbietà vengono gettate le basi del progetto Sumo, la band – che nella sua formazione stabile sarà composta da Prodan alla voce, German Daffunchio alla chitarra, Ricardo Mollo – chitarra, Diego Arnedo al basso, Alberto Troglio alla batteria e Roberto Pettinato al sax – e che diverrà una delle più influenti band nazionali, capace di plasmare il rock argentino attraverso l’introduzione del post-punk britannico nella scena latinoamericana, e lo farà principalmente attraverso le sue canzoni con i testi in inglese e con il fondamentale contrappunto viscerale che fornirà alla scena del rock cantato in lingua castigliana.

Luca Pordan è stato un leader carismatico, un novello “Tano” arrivato quasi per caso, che osò essere punk, per filosofia e per attitudine, cantando per giunta nella lingua del nemico (non bisogna dimenticare che erano gli anni della guerra della Falkland/ Malvinas) sotto la giunta militare argentina che aveva fatto sparire nel nulla migliaia di giovani oppositori. Non era come in Inghilterra, dove al massimo si finiva nella bufera mediatica delle polemiche indignate dei ben pensanti o si riceveva la paternale o qualche manganellata dai bobbies di sua maestà. No. Essere punk in Argentina voleva dire ben altro e poteva costare molto caro. Le irruzioni della polizia erano all’ordine del giorno, con il rischio sempre concreto di finire alla Sezione 19 o 21. Non proprio alberghi a quattro stelle.

Ma anche la dittatura era ormai alla fine. Più la repressione allentava la presa e più la musica suonava forte. La scena underground di Buones Aires riprendeva vigore, e così i Sumo e molte altre band come i Los Violadores di Pil Trafa, poterono uscire lentamente dalla clandestinità e conquistare il loro spazio nell’olimpo nascente della scena latinoamericana.
Chi andava a sentire i Sumo – memorabili i loro live al Cafè Einstein – rimaneva estasiato dal suo front man, una sorta di istrionico Iggy Pop pelato che si arrampicava dappertutto, persino sul soffitto, interpretando il repertorio variegato dei Sumo che contemplava punk, ska, hardcore e reggae – i Clash avevano fatto scuola – una combinazione che alle orecchie di chi ascoltava, suonava fresca, diversa, innovativa.
Luca notava spesso tre stravaganti ragazzi con i capelli con le punte che venivo ai concerti della band. Erano Gustavo Ceratti, Héctor Bosio e Carlos Alberto Ficicchia, ovvero i Soda Stereo, coloro che sarebbero diventati, senza ombra di smentita, la più influente, popolare e importante rock band di sempre di tutta l’America Latina. Un fatto che dice tanto sull’importanza dei semi gettati dai Sumo e da Luca Prodan per il futuro della musica alternativa d’oltre oceano ispirando molteplici frutti (fra i quali bisogna menzionare anche i Los Fabulosos Cadillac che presto avrebbero raggiunto il successo planetario) che però il cantante italiano non poté veder maturare compiutamente. Muore infatti il 22 dicembre del 1987 nel quartiere di Sant’Elmo a Buenos Aires, stroncato da un arresto cardiaco conseguente a un’emorragia causata da una grave cirrosi epatica.
A questo giro nessuna cartolina rivelatrice, nessun guaritore sul cammino, chissà Pino che fine avrà fatto. Un’altra giovane vita persa nell’infernale girone della maledetta trinità del sesso, droga e rock n’ roll tanto cara a Ian Dury? No, forse più semplicemente il destino, il fato, – chiamatelo come volete – di un ragazzo che aveva consegnato il suo sconforto alla musica e ai versi cantati dentro un microfono fino all’ultimo barlume di luce, vivendo velocemente e pericolosamente. Non è bastato, ma come cantava Neil Young, “Il re se n’è andato ma non è stato dimenticato”. Luca Pordan vive ancora oggi, nella sua musica e nel nitido ricordo di migliaia di argentini, non più giovani, certo, ma ancora punk, come agli albori degli anni Ottanta.










