Chi non ha mai indossato un paio di jeans alzi la mano! Oramai esistono capi in jeans anche per i neonati. Sarebbe meglio chiamarli blue jeans, perché in origine la tintura per questo particolare tipo di tessuto, robusto e resistente, era blu. L’evoluzione del tessuto, che ha avuto grandissimo successo nella foggia del pantalone, ha visto i produttori sbizzarrirsi nelle varianti dal nero al grigio, ai colorati, stone washed e via dicendo.
Jeans è l’inglesizzazione di Jeane, a sua volta dal francese Gênes, che indicava la città di Genova la quale ha dato i natali a questo tessuto.
Cosa rende questo prodotto così famoso? Il colore e la sua qualità maggiore: essere praticamente sempre adeguato. Casual ma che mai sfigura in un misto elegante, con tacchi, sneakers, scarponcini, camice, giacche, in due parole: è versatile.
E a noi cosa interessa? Non vorremo andare anche a trovare il jeans dentro di noi? Magari non questo ma piuttosto le sue qualità e soprattutto la bellezza che si accresce quanto più il tessuto risulti usato e talvolta ancora più affascinante se logoro, strappato e sfrangiato. In netta controtendenza con la sindrome da perfezione estetica che si è tristemente abbattuta inesorabile sull’umanità. E anche interessante se riferito a come a volte ci possiamo sentire: forti, robusti, ma anche logori e stropicciati. Nel primo caso va tutto bene, siamo adeguati, nel secondo siamo emarginati o ci autoemarginiamo per paura di non essere compresi o per non esporre i nostri tagli a nessuno. Eppure le scuciture, i tagli, i buchi e le frange derivanti dalla mancanza di orlo, quindi di confine, hanno un sacrosanto perché e sono reazioni adattive a un mondo che ci ferisce continuamente.
Cosa rende l’essere deturpati così tanto prezioso? La sofferenza che simili procedimenti recano all’individuo, una sofferenza che può nobilitare l’essere umano quando la si attraversa e non ci si ferma solo a impantanarcisi. Chi compie un viaggio dentro se stesso reca con sé i segni del passaggio in territori impervî, pieni di pericoli al pari di giardini fioriti e sorgenti cristalline di acqua dissetante.
Già a metà del viaggio siamo strappati, macchiati, scuciti ma è proprio questo il bello, che quella che potrebbe apparire una decadenza è invece il segno della consapevolezza, ed è allora che lo strappo ci fa belli, la frangia ci rende esotici, la grinza ci dona espressione.
Mai trascurare il potere che si sprigiona dall’usarsi per diventare se stessi.









