È conosciuta per le sue foto di cronaca nera, mafia palermitana soprattutto, ma ha immortalato anche tanta bellezza. “Per compensare”, dice. Letizia Battaglia, la più grande fotogiornalista italiana, ha fotografato la morte ma ha sempre cercato l’umanità, la vita. Ottantasei anni sempre vissuti in prima linea, “mi piace affrontare le cose in prima persona”. Ed è esattamente così che fotografa: “utilizzo il grand’angolo, quindi mi devo avvicinare molto”. Immersa nella scena ma mai al centro. “Ero la fotografa, erano loro al centro”.
E loro erano mafiosi, certo — come dimenticare il suo scatto dell’arresto di Leoluca Bagarella — e le vittime della mafia, come Piersanti Mattarella, il fratello del presidente della Repubblica, ma anche tantissimi uomini e donne della sua Palermo. E poi “bambini e bambine. I fiori. C’è la banale bellezza che tanto ci conforta”.
“Mi chiedevano spesso cronaca nera — racconta, parlando del giornale per cui ha iniziato a lavorare nel lontano 1969, L’Ore, prima come redattrice, poi come fotoreporter — ma ho fotografato anche cose belle, che mi aiutavano a sostenere questo incubo che era la mafia. Io e tanti altri volevamo un mondo migliore, più gentile”.
Parla al passato della mafia, perché oggi “non ammazzano più come prima giudici, poliziotti. La mafia è invisibile, furba. È più colta. È dentro le istituzioni, dentro il ponte che vogliono fare tra Messina e la Calabria. La mafia è sempre stata dove ci sono i soldi”.
Parla a ruota libera, Letizia Battaglia. Si racconta a margine degli eventi di Licanìas, il festival di parole, arti e paesaggio organizzato a Neoneli dall’amministrazione comunale guidata da Salvatore Cau, con la sapiente direzione artistica di Alessandro Marongiu, che ha deliziato il pubblico accorso nelle colline oristanesi del Barigadu nell’ultima settimana di agosto.
La fotogiornalista siciliana era l’ospite più attesa. Sabato pomeriggio ha riempito la piazza principale del paese. Tante persone sono arrivate da tutta la Sardegna per ascoltarla dialogare con Cristina Nadotti, giornalista di Repubblica. Hanno presentato la biografia che Battaglia ha scritto a quattro mani con un’altra cronista, Sabrina Pisu, “Mi prendo il mondo ovunque sia. Una vita da fotografa tra impegno civile e bellezza“, pubblicata recentemente da Einaudi.

Conosciuta per la mafia, lei invece vuole parlare di bellezza. “Oggi dove vediamo la bellezza? Nei giovani, che possono crescere bene. Tanti giovani dovrebbero non seguire i desideri e i sogni dei loro genitori ma i propri”. E ancora la bellezza, che “potrebbe essere nelle donne ma ancora non sono così coraggiose”.
Ce l’ha con le femministe moderne, Letizia Battaglia. Lei, che ha lottato in prima persona contro il patriarcato, anche nelle redazioni progressiste dove ha lavorato, per affermare la sua libertà di donna, oggi non si riconosce più nel movimento. “Il femminismo c’era — racconta — ora ci sono i comunicati, i bollettini. Le donne devono andare a gestire il potere con gli uomini. Devono candidarsi, sporcarsi, rischiare e farlo in modo diverso”. Diverso sì, ma da cosa? “Dagli uomini. Le donne oggi occupano i posti di rilevo gestendoli però come fanno gli uomini. Devono adeguarsi alla cultura maschile, che è meno generosa di quella femminile”.
La generosità, accanto alla bellezza, è uno dei valori a cui tiene di più, Letizia Battaglia. “Deve essere un mondo più generoso, non ci devono essere differenze razziali”. Sulla questione ha le idee molto chiare. “Io naturalmente accoglierei i profughi. A chi appartiene il mondo? Ai palermitani? Agli italiani? Ben venga chi scappa da una terra infame”.
Queste parole fanno intravedere che mondo vorrebbe, la Battaglia. “Sono solo alla ricerca della tenerezza. Mi piace che il mondo sia tenero. Ricevere tenerezza, dare tenerezza. Sarà banale, ma dopo tanta schifezza, voglio questo”.










