Qual è la differenza tra essere contenti di sé ed orgogliosi di sé?
E quali similitudini ci sono tra andare fiero di una propria azione ed essere orgogliosi del proprio operato?
Nella mia umilissima opinione, si tratta di quella sottile e quasi impercettibile membrana che separa l’azione personale compiuta senza attaccamento da quella con attaccamento.
Chiamo in causa gli insegnamenti di Gautama il Buddha, il cui punto cardine è proprio quello relativo all’attaccamento.
È in esso che troviamo l’origine del dolore, poiché è proprio l’attaccamento, la brama per le cose periture eppure così attraenti, che genera nell’essere umano forme varie di sofferenza.
L’orgoglio è l’eccessiva considerazione di se stessi. L’eccesso è la dismisura, la dismisura è la quota di attaccamento.
È possibile non essere attaccati a ciò che desideriamo o ai nostri conseguimenti?
Sì, è possibile. E ci libererebbe dal dolore, quella sofferenza che in generale gli esseri umani vogliono evitare nelle loro esperienze, cercando di controllarne ogni passaggio per essere certi di non starci male, di non esserne delusi.
Ed è proprio così che inizia il dolore.
Intanto, in accordo alle Quattro Nobili Verità emanate dal Buddha, il primo passo è quello di sapere che il dolore esiste ed è insito nella vita senziente dell’essere umano. Lo è anche nelle esperienze di appagamento e forse in esse maggiormente poiché sono transitorie e la loro estinzione causa sofferenza e desiderio di riprodurle.
Il dolore ha origine in ciò che è transitorio, impermanente. L’emancipazione dal dolore avviene lasciando andare quanto sia destinato a estinguersi. Ciò che conduce alla cessazione del dolore è il Nobile Ottuplice Sentiero. Il sentiero è uno ma riguarda otto rettitudini: visione, intenzione, parola, azione, sussistenza, sforzo, presenza mentale, concentrazione.
Nessuno degli otto rami del sentiero può essere calcato con orgoglio.
L’orgoglio deforma la visione, ci mostra più grandi le nostre qualità e diminuisce quelle degli altri.
L’orgoglio fraintende l’intenzione o la inquina. Un movente puro viene intorbidito dalla dismisura dell’orgoglio che lo riempie di false motivazioni e fallaci giustificazioni.
La parola in bocca all’orgoglioso ingigantisce, surrettiziamente semina divisione per generare paragone.
L’azione dell’orgoglioso è priva di forza ma sembra grande solo perché è stata preparata nel fango delle bugie a se stessi. Non arriva dove deve, lascia deluso e accresce ancora di più il muro del vorrei essere ma non ci riesco.
Può l’orgoglio inficiare la retta sussistenza? E come condiziona negativamente lo sforzo e la presenza mentale? Il procedimento è sempre lo stesso: deformare e allontanare dalla verità.
Per non parlare della concentrazione che è compromessa dal continuo spostamento dal centro, dove c’è la tua verità personale, alla periferia delle cose di tutti.
Come è possibile debellare l’orgoglio in noi?
Smettere di nutrire tutti quei vasi che capillarmente lo irrorano di una vita che non merita e praticare l’essenza, andare all’essenza, dentro di sé dove lo sfavillio delle cose sparse smette di far finta di illuminare la tua vita. Lì, dentro te stesso, c’è buio, ma solo perché non hai ancora acceso la tua luce.
(Immagine di Nandha Kumar PJ)










