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La storia di un’amicizia, di un sodalizio artistico, di un impegno mai venuto meno con la cultura, in due parole: Lucido Sottile

Di Giacomo Pisano
03/10/2025
in Cultura, Interviste, Musica e spettacolo
Tempo di lettura: 6 minuti
La storia di un’amicizia, di un sodalizio artistico, di un impegno mai venuto meno con la cultura, in due parole: Lucido Sottile

La compagnia Lucido Sottile nasce a Cagliari ventidue anni fa caratterizzata da un amore smisurato per varie forme d’arte e un fastidio per niente velato verso stereotipi e autocelebrazioni. Oggi Tiziana Troja e Michela Sale Musio sono volti conosciuti, affermati, amati. Il loro impegno nella cultura non si limita alla produzione di spettacoli teatrali o di collaborazioni televisive, ma si radica nel territorio per consolidare il concetto che le accompagna dalle origini: creare bellezza. Ma non quella pucciosa, carina e confezionabile bensì quella vera, disturbante a volte, ma che rappresenta la realtà nella sua complessità. Nel loro percorso hanno scoperto e coinvolto nuovi talenti, hanno collaborato con professionisti e professioniste di ogni branca artistica e lasciato un segno indelebile nel sentire comune. Le abbiamo intervistate per fare un bilancio su questa carriera ancora in corso.

Ventidue anni di attività. Cosa è cambiato nel vostro percorso?

In ventidue anni è cambiato il mondo, siamo cambiate noi, forse anche il modo di guardare il teatro, lo spettacolo, l’intrattenimento. Siamo partite dalla danza, ci siamo innamorate della performance, della musica, del cinema, giochiamo con la comicità, ci divertiamo in televisione, giocoforza siamo immerse da sempre nella militanza. Non è stato un cambio “a compartimenti stagni”: tutte queste anime convivono dentro di noi e nei nostri progetti artistici. Forse la differenza è che oggi siamo più consapevoli di quello che facciamo e ciò che progettiamo diventa comunque un atto politico.

Due donne, mille volti. Com’è far convivere aspetti così diversi?

Noi e le nostre molteplici personalità: Tiziana e Michela, Le Lucide, Tanya&Mara, la Nives e la Ginger, Prouska e Dorinna, Mirko e Rubens. Siamo sempre comunque noi. Le maschere ci aiutano a sperimentare linguaggi diversi e ad arrivare a più persone, affrontare temi scottanti con ironia. È naturale: noi siamo così, multiformi, irriverenti, contraddittorie, non convenzionali. Non ci interessa scegliere una sola strada, ci interessa percorrerle tutte. Ogni volto è un modo per parlare al pubblico, per sorprenderlo, per farlo riflettere, talvolta anche farlo innervosire, ridere e piangere magari nello stesso momento.

Con i vostri spettacoli avete proposto personaggi divertenti ma anche fatto riflettere su temi come l’ingerenza della chiesa, la solitudine, l’alienazione.

L’arte per noi è un navigatore che ci aiuta ad orientarci meglio. La comicità poi è un’arma letale, non c’è scampo. Non si ride mai “solo” per ridere: dietro la risata c’è sempre uno specchio che rimanda qualcosa di scomodo. Affrontare temi come la solitudine, l’alienazione, lo scandalo della pedofilia nella chiesa, la pornografia in rete, la violenza sulle donne, il cyberbullismo, le discriminazioni di genere, talvolta con feroce autoironia, ci permette di avvicinarci al pubblico senza prediche, o di allontanarlo una volta per tutte. Chi si somiglia si piglia.

La TV com’è stata per voi?

Un’esperienza esaltante, divertente, assurda, a volte surreale. La televisione ti espone, ti mette in una vetrina, ma rischia anche di consumarti in fretta. I tempi sono velocissimi. Noi la viviamo molto seriamente, è un’occasione in più per restituire un po’ della nostra visione a un pubblico più ampio.

In tempi lontanissimi avete portato con una mostra all’Exma di Cagliari una riflessione sulle opportunità dei social e dei loro pericoli, anticipando di decenni le attuali polemiche.

Eh sì, eravamo profetiche senza saperlo! “Stanze Tirate a Lucido”, quanti ricordi…Ci interessava capire come la comunicazione sui media a portata di tutti, stava cambiando il nostro modo di vivere, di esporci, di pensare. Anticipavamo quello che è diventata la sfrenata volontà di esporsi, diventare protagonisti assoluti, prendersi il famoso quarto d’ora di notorietà. Oggi quelle riflessioni sono attualissime, e a volte fa impressione vedere quanto poco si sia imparato. Il problema è lo scellerato ingresso di artistoidi o hobbisti nel mondo artistico e nel mercato dell’intrattenimento, solo ed esclusivamente grazie al numero di follower e non per competenze o merito. Il risultato è un’accozzaglia di contenuti, gestiti dal dio algoritmo, dove spesso personaggi noti come “influencer, che non sono altro che piazzisti, o casi umani o fenomeni da baraccone vengano scambiati per artisti, rischiando di far perdere il senso, la misura e la direzione di concetti fondamentali come la formazione artistica, intossicando e creando un appiattimento generale, laddove molti colleghi meritevoli fanno fatica ad emergere. Personalità straordinarie costrette a promuoversi in modalità “social” tradendo metaforicamente la sacralità della loro arte, dei loro blasonati percorsi. Questo ci fa sanguinare gli occhi e il cuore.

Avete occupato uno spazio cittadino e lo avete reso pubblico con laboratori e attività. Ci parlate di questa esperienza?

Morto l’Ex ART, viva l’Ex ART! 2010/2020, A Cagliari è stato per 10 anni il primo avamposto totalmente indipendente della Sardegna. Siamo orgogliose del lavoro compiuto in quegli anni: quella dell’ExArt è infatti una storia che ha segnato in modo indelebile le nostre vite e la vita culturale di questa città. Siamo state promotrici e portavoce di associazioni che lo gestivano sotto la sigla del collettivo ExArt Teatro, con noi anche l’artista Crisa. Tutti hanno lavorato senza scopo di lucro, portando avanti le loro attività nelle sale del penultimo e ultimo piano dello stabile. In quasi dieci anni abbiamo organizzato centinaia di eventi, tra spettacoli, festival, laboratori, conferenze, residenze di artisti e incontri, che sono stati seguiti da migliaia di spettatori a cui oggi va il nostro ringraziamento. Oltre 1000 gli artisti che si sono succeduti. Il collettivo ha anche messo a disposizione di tutti coloro che ne hanno fatto richiesta le sale dell’ultimo piano: il Teatro Gramsci, la Sala Danza Assunta Pittaluga, la Sala Cinema, e le numerose aule prova, il laboratorio di costumi e scenografia, il laboratorio artistico di pittura, e questo seguendo i principi della gestione del Bene Comune, così come avvenuto in altri luoghi di cultura in Italia. Durante lo sgombero, sono state oltre un centinaio le testimonianze di presenza, di solidarietà e di riconoscimento da parte di artisti di tutte le discipline, nazionali ed internazionali, che in quasi dieci anni hanno contribuito al progetto dell’ExArt. Approfittiamo per ringraziare tutti quelli che ci hanno amato, sostenuto, appoggiato, che sono stati la nostra forza, ma anche quelli che ci hanno odiato, invidiato, osteggiato, deriso, strumentalizzato, criticato, perché sono stati testimonianza di quanto fosse giusto il nostro progetto. Adesso, a posteriori, a cinque anni dallo sgombero eseguito della giunta comunale di centrodestra, seppur deciso e avviato dalla giunta di centrosinistra, possiamo proprio dire che eravamo veramente gli unici liberi. Molti colleghi si pregiano di tale aggettivo senza esserlo realmente. Una curiosità: avevamo predetto che ci avrebbero sgomberato per tenerlo chiuso. Ci risulta che sia ancora così. O magari qualcuno ci entra ancora di nascosto, ma comunque non se parla più.

Con il Lucido Festival avete ospitato artisti e intellettuali e coinvolto realtà sociali come Il Cerchio degli Uomini. Quanto è importante vigilare sul mondo per proporre le giuste riflessioni al pubblico?

Undici anni di Festival un bel traguardo. Per noi vigilare sul mondo è fondamentale. L’arte non nasce nel vuoto, ma dentro la realtà. Se non guardi il mondo, se non ascolti le sue ferite e i suoi conflitti, cosa porti davvero sul palco? Non basta l’estetica: ci vuole etica, rigore, impegno.

Lavorare nelle periferie, portare bellezza in luoghi marginali può davvero aiutarci a ridisegnare il mondo?

Assolutamente sì. Portare il teatro dove non c’è, dove l’habitat non è affatto deputato, è un atto rivoluzionario. Significa dire: “anche qui vale la pena sognare, anche qui meritate bellezza”. La periferia diventa allora centro, e il centro si sposta. La periferia di Cagliari strabiliante, eccentrica, con criticità senza dubbio, ma piena di bella gente e di belle sorprese. Ci vuole fiducia nelle periferie, amore per la gente. Pensa un po’ che adesso nelle vie di Is Mirrionis e San Michele ci aspettano, e non per picchiarci! Invitiamo tutti a venire a scoprirla e stupirsi con noi al prossimo Lucido Festival Cagliaritiamo 2026.

Sentite che il ruolo dell’artista è ancora quello di stimolare il senso critico anche in un’epoca in cui ogni cosa è mercificata?

Forse oggi più che mai. L’arte non può competere con i meccanismi del mercato, ma può smascherarli, può mostrare quello che viene nascosto. È scomodo? Sì. Ma se l’artista non è scomodo, che artista è? Ci mettiamo le puntine dentro le scarpe per non rischiare di stare comode.

Oggi potete dire di aver raggiunto gli obiettivi che vi eravate prefisse?

No. Ma candu mai?! Le Lucide non sono mai soddisfatte “a loro piace cambiare”. Forse non li abbiamo raggiunti tutti, ma abbiamo continuato a sognarne di nuovi. E questo, in fondo, è l’obiettivo più grande: non smettere mai di desiderare e meravigliarsi.

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