Ci sono, fortunatamente, quelle volte in cui il teatro diventa rivelatorio. Apre una fessura profonda, si inocula, fino ad assumere un alto valore etico. Si sta così in rituale silenzio ad assistere e ascoltare. Non c’è esibizione, c’è manifestazione, senza orpelli e ornamenti, a prevalere è l’urgenza di capire, entrando in empatia con la scena. È il caso di “Miss Mother“, monologo che lascia senza dubbio una traccia indelebile, una produzione del Teatro del Loto – scrittura drammaturgica di Emilia Agnesa, con Bianca Mastromonaco, contributo stand up comedy di Xhuliano Dule, regia delle stesse Agnesa e Mastromonaco, luci di Eva Sabelli – che è stata ospitata nei giorni scorsi, in prima regionale, dal Nurarcheofestival, rassegna firmata Il crogiuolo, a Villanovaforru nell’area archeologica di Pinn’e Maiolu.
Testo e spettacolo hanno vinto il significativo Premio di drammaturgia al Concorso Fuis (Federazione Unitaria Italiana Scrittori), assegnato ad autori/autrici di teatro under 40. Emilia Agnesa, nata e cresciuta a Cagliari, laurea in Lettere Classiche, formatasi come attrice soprattutto con Sardegna Teatro, ha scoperto presto la passione per la scrittura teatrale. Vive da alcuni anni a Roma, dove nel 2021 si è diplomata in drammaturgia e sceneggiatura all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, è insegnante di latino e greco, a scuola di giorno, a teatro la sera. Piacere necessario.
Liberamente ispirato alla tristi vicende di JonBenét Ramsey, bambina di soli sei anni uccisa in circostanze tragiche, e Cheslie Kryst, Miss Usa 2019, suicidatasi nel 2022 a trent’anni, “Miss Mother” racconta il rapporto tossico fra una madre single, Monica, e una figlia, Erika, una bambina di dieci anni, offuscata l’una dall’ossessione compulsiva della competizione, vittima l’altra – costretta a partecipare a concorsi per miss in erba – di un mondo di soprusi troppo laido per essere sopportato da una ragazzina. “Bellissima”, capolavoro illuminante di Luchino Visconti con la straordinaria Anna Magnani, docet.

Durante l’ennesima gara Erika manifesta un rifiuto, si ribella, nonostante la madre insista e la sproni bruscamente. Ne scaturisce uno scontro insanabile: la lotta fra apollineo (Erika) e dionisiaco (Monica), il conflitto fra luce e oscurità, da cui nascono scintille fino ad accendere la miccia e provocare la morte di una giovane vita. E’ Monica, dopo anni, a raccontare la sua storia, che è poi quella di Erika. Agnesa riesce a estrarre dal semisommerso un pezzo di Italia squallido, malato, marcio, attraverso un flusso di coscienza joyciano, che si avvicina alla tecnica della stand up comedy, portando a galla fatti di cronaca realmente accaduti.
Il quid pluris sta nella forza del testo dell’autrice cagliaritana, scritto bene, duro quanto basta, ben costruito, frutto di un attento e sensibile lavoro di ricerca. E in Bianca Mastromonaco, davvero brava, interpretazione intensa la sua, ma nel contempo misurata, mai sopra le righe, senza eccessi, impresa non facile viste la fragilità di cristallo e la sottolineatura drammatica, seppure venata di grottesco, della tematica rappresentata. Passa dal ruolo di madre inquietante a quello di figlia, e viceversa, cambiando tono e registro con nonchalance, lo fa – può sembrare un paradosso ma non lo è – quasi con grazia, e quasi con grazia (il quasi non vuole essere sminuente, anzi, è un convinto apprezzamento) si muove in scena, mantenendo, lei molisana, la sua inflessione meridionale non casualmente (il Sud Italia è l’area dove più si concentra la casistica riscontrata). Una quasi grazia che però fa rumore, molto, con un impeto che è bisogno di urlare desolazione e disperazione. È un gioco assordante di contrasti che si fa ritmo in scena, la forma teatro si fa sostanza per arrivare a nude verità nascoste in oscuri meandri.
Nulla di inutilmente “teatrale”, tutto essenziale. Il linguaggio utilizzato è forte, duro – il testo, appunto, lo è – crudo, a tratti anche volgare, perché funzionale al quadro dipinto con cura da plot e recitazione. Ma quella quasi grazia e misura di cui sopra lo rendono digeribile, perché diventa naturale, spontaneo, adatto alle necessità della scrittura drammaturgica e della rappresentazione scenica.
E’ un lavoro che strappa il velo di Maya, quello di Emilia Agnesa, che apre uno squarcio su una parte di Belpaese carica di squallore culturale, sociale, economico. “Se vuoi essere universale, parla del tuo villaggio”, diceva Tolstoj. E parlando di una porzione di realtà tristissima di casa nostra lo spettacolo disegna un ritratto bieco di dimensione universale, perché la problematica lo è, a diverse latitudini, purtroppo.
Miss Mother, Signorina Madre. Ma in inglese il verbo “to miss” significa perdere, perdersi, mancare, ma anche sbagliare. Monica chiude dopo l’uccisione di Erika – stretta nelle maglie assassine di un mondo in cui lei l’ha fatalmente immersa – dicendo “io voglio vincere, sempre”. È l’ossimoro plastico della sua esistenza: Monica perde, la figlia e se stessa, si perde, inseguendo, parossistica, una vita vacua, manca come exemplum, sbaglia senza appello. È un paradigma nero, che porta alla rovina esiziale Erika, che muore chiamandola, gridando “Mamma, mamma!”.
Many compliments, Miss Mother. Sì, a modo suo ha vinto, drammaticamente, il dionisiaco ha schiacciato l’apollineo, il demone – madre, complice un universo maschile privo di coscienza e salvezza, ha prevalso sull’angelo – figlia, sopprimendolo de facto, seppure non de jure. Non c’è differenza, nulla cambia. “Adesso è difficile che possa vincere il titolo di Miss Mother… Non fa niente, si può essere una mamma anche senza una figlia”. Il buio profondo interiore di Monica si fa per osmosi oscurità in scena: le luci si spengono, drasticamente, sul suo volto allucinato. È la fine, Signorina Madre.










