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“Sogno un teatro inclusivo dove i generi dialoghino tra loro”. Andrea Cigni, il nuovo sovrintendente del Lirico di Cagliari, si racconta

Di Carlo Argiolas
17/07/2025
in Cultura, Musica e spettacolo
Tempo di lettura: 3 minuti

La stagione lirica e di balletto del Teatro Lirico di Cagliari termina in questi giorni con le ultime repliche di “Aida” per la regia di Franco Zeffirelli ripresa da Stefano Trespidi. Un’opera che chiude l’era di Nicola Colabianchi alla guida del teatro e fa posto a quella di Andrea Cigni. Cinquantuno anni, livornese, laureato al Dams di Bologna e con una grande esperienza teatrale alle spalle (sono oltre quaranta le opere portate in scena), è da poco il nuovo sovrintendente e direttore artistico arrivato dal prestigioso Ponchielli di Cremona dove ha ben operato per cinque anni e in precedenza ha diretto il Conservatorio Claudio Monteverdi.

“Cagliari ha un teatro meraviglioso. Un teatro di tutta la Sardegna che negli anni ha operato in un contesto europeo e internazionale”, afferma Cigni con una punta di emozione, per la prima volta a capo di una fondazione lirico-sinfonica.

Che teatro immagina per la nostra città.

“Sogno un teatro aperto, inclusivo, attivo, che amplifica la propria attività in più direzioni senza cristallizzarsi in generi ma facendoli dialogare tra loro. Un teatro fatto di contaminazioni, di musiche altre. Ci sono tantissimi repertori e bravissimi artisti nazionali e internazionali che devono essere visti e ascoltati dal pubblico. Bisogna intercettare i giovani, i quali hanno molti stimoli e interessi. Dobbiamo rappresentare un’opzione, facendo sì che le nostre proposte siano in grado di inserirsi tra i loro gusti. In quest’ottica il nostro teatro deve porsi come attrattore. Il racconto del teatro è responsabilità del teatro. I teatri devono essere case trasparenti, e dato che sono finanziati con soldi pubblici, tutti hanno il dovere di guardarci dentro”

Per molti una sinfonia di Beethoven o Cajkovskij rappresenta ancora una novità.

“Si, e noi dobbiamo fare in modo che non lo sia più o lo sia sempre meno”.

Quando partirà la nuova stagione?

“In dicembre, ma a settembre e ottobre faremo una serie di concerti”.

Quest’anno ricorrono i cent’anni dalla nascita di Pierre Boulez che ha segnato in maniera indelebile la musica del Novecento: gli renderete omaggio?

“Stiamo valutando cosa fare ma non è escluso, anche se in questo momento abbiamo bisogno di attrarre il pubblico con altro genere di proposte, come ad esempio le musiche di Morricone, Rota, Bacalov, Gershwin”.

Lei è anche regista: si parla spesso dello strapotere dei registi…

“Il buonsenso impone sempre un dialogo tra la parte visiva e scenica e quella musicale. La musica è un’impalcatura drammaturgica fondamentale. Tra regista e direttore non ci sono parti dominanti. Parole e musica sono entrambe fondamentali. Un regista che cerca di imporre la propria visione a tutti i costi non rende un buon servizio all’opera che deve andare in scena”.  

In passato ha lavorato con l’archistar Igor Mitoraj: architettura e scenografia in un certo senso sono mondi paralleli.

“Nel 2009 ho fatto una produzione di Aida con Mitoraj. Se un archistar, un pittore o altro artista comprende bene dove sta operando, rispettando quindi le regole e il linguaggio del teatro, le cose funzionano. Se invece fa una mera esposizione di opere d’arte o disegna una scenografia non pensando al contesto ma solo al proprio stile, allora non funziona. Recentemente ho visto una Turandot con una scenografia molto bella, ma che non c’entrava niente con l’opera che si stava rappresentando”.

Riguardo la danza classica arrivano segnali preoccupanti dal Ministero della Cultura: un progetto vorrebbe abolire i corpi di ballo della Fondazioni per crearne uno autonomo e itinerante.

“Al momento è solo una proposta, che però ha sollevato parecchie preoccupazioni. Aspettiamo e vediamo. Sono molto appassionato anche di danza. Vorrei portare a Cagliari grandi nomi come ad esempio Sasha Waltz”.

Oltre ai soldi pubblici servono ormai capitali privati: come pensa di attirarli?

“Convincendo i privati che investire in cultura ha un doppio vantaggio. Il primo è fiscale. Con l’art bonus, ciò che investi in questo campo ritorna sotto forma di credito di imposta del 65% se effettui donazioni a sostegno del patrimonio culturale pubblico del nostro Paese. Il secondo è che leghi la tua immagine a un prodotto culturale. Bisogna raccontare al mondo imprenditoriale quelle che sono le opportunità”.

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