Ci sono individui che percorrono quasi interamente un secolo, illuminandolo con la loro presenza prima di scomparire; alcuni di noi hanno la fortuna di conoscerli, ammirare il loro pensiero e lasciarsi ispirare da loro, mentre altri li scoprono solo successivamente o forse non lo faranno mai. Johan Galtung, norvegese, nato nel 1930 e scomparso lo scorso 17 febbraio all’età di 93 anni, è stato uno tra i più influenti e riconosciuti pensatori pacifisti contemporanei; il suo approccio è stato ampiamente adottato nella diplomazia internazionale e nella risoluzione dei conflitti locali e le sue idee hanno ispirato numerosi attivisti, mediatori e leader politici nel loro impegno per costruire una pace autentica e duratura (ha fondato, ad esempio, Transcend, il più accreditato network globale di studiosi e attivisti impegnati nella trasformazione dei conflitti) eppure, pochi di noi, nel corso della vita, sono arrivati a conoscerne il pensiero.
Un’eredità di pace
Galtung incoraggiava l’adozione di approcci multidimensionali alla trasformazione dei conflitti a tutti i livelli – micro (conflitti dentro e tra le persone), meso (conflitti all’interno della società), macro (conflitti tra stati e nazioni) e mega (conflitti tra regioni e civiltà) – e promuoveva la nonviolenza come potente mezzo per la loro risoluzione. La vera pace, secondo il pensatore, non può essere raggiunta semplicemente con l’assenza di conflitto aperto o violenza – quella che per lui era la “pace negativa” – ma trasformando i conflitti in modi che promuovano la “pace positiva” dove giustizia sociale, uguaglianza e prosperità siano a disposizione di tutti i membri della società.
La teoria del triangolo dei conflitti, elemento essenziale del pensiero di Galtung, è diventata, nel corso dei decenni, fondamento concettuale per molte pratiche di risoluzione, perché in grado di fornire una rappresentazione, anche visiva, delle dinamiche che alimentano i conflitti e offrire un quadro complessivo per analizzarli e risolverli in modo efficace, intervenendo simultaneamente su tutte le dimensioni. Per Galtung un conflitto è la somma di tre elementi (da qui il “triangolo”): gli atteggiamenti, i comportamenti e le contraddizioni; gli atteggiamenti riguardano la sfera emotiva e interiore, i comportamenti sono azioni pratiche, mentre le contraddizioni sono obiettivi contrastanti in situazioni di scarsità di risorse. Ogni componente del conflitto è associata a un tipo di violenza: la violenza culturale è radicata negli atteggiamenti, la violenza diretta è legata ai comportamenti, come la violenza fisica o psicologica e la violenza strutturale è generata da sistemi di oppressione e coinvolge obiettivi contrastanti.
La metafora dell’arancia
Per spiegare l’essenza del pensiero di Johan Galtung esiste una metafora evocativa e potente messa a punto da lui, quella dell’arancia, usata per rappresentare una risorsa come il territorio, il potere politico o le risorse economiche, su cui possono esserci dispute o conflitti. Immaginiamo una situazione in cui due persone, A e B, si contendono un’arancia: una soluzione potrebbe essere dividere l’arancia in due parti uguali e dare una metà a ciascuna persona. Potrebbe accadere che A voglia usare la buccia per fare una torta, mentre B voglia spremere il succo per fare una bevanda; in questo caso, dividere l’arancia in due parti uguali non soddisferebbe appieno i bisogni di entrambe le persone. La soluzione proposta da Galtung è di indagare sui bisogni sottostanti di ciascuna parte per trovare una soluzione che soddisfi pienamente entrambe: anziché dividere l’arancia in due parti uguali, si potrebbe assegnare l’intera arancia a A per utilizzare la buccia e B potrebbe ottenere il succo; entrambe le persone otterrebbero ciò di cui hanno bisogno senza dover competere per la risorsa. Questo esempio illustra il concetto di “pace positiva” di Galtung e sottolinea l’importanza di comprendere i bisogni alla base e trovare soluzioni creative e collaborative che possano portare a una pace duratura e soddisfacente per tutte le parti coinvolte, andando oltre la cessazione della violenza manifesta.
Il giornalismo di pace
Galtung è considerato il fondatore del giornalismo di pace; ideato negli anni ’60, ha spostato l’attenzione non solo sui conflitti e sulla violenza ma anche sulla costruzione della pace, con una copertura mediatica equilibrata e informativa, in grado di promuovere la comprensione reciproca e la cooperazione tra le parti coinvolte nei conflitti; a questo proposito, nel 2015 Galtung dichiarava: “Il ruolo del giornalismo non è solo quello di raccontare il mondo, ma anche di rendere gli attori chiave – Stati, capitali, persone – trasparenti gli uni agli altri. Il ruolo del giornalismo di pace è quello di identificare le forze e le controforze a favore e contro la pace e di renderle visibili con la loro dialettica, creando risultati che potrebbero rappresentare potenziali soluzioni”. Il suo contributo ha ispirato numerosi giornalisti e media a adottare una prospettiva più inclusiva e costruttiva nei loro reportage, contribuendo così a diffondere un messaggio di pace e solidarietà nel mondo.
Per un futuro migliore
Conoscere e diffondere cultura di pace, basata anche su fondamenti scientifici è, oggi più che mai, un atto d’amore e responsabilità collettiva. Celebrare – o scoprire – il pensiero di un grande pacifista come Galtung può aiutarci a fare la differenza a tutti i livelli. Dalla nostra possiamo allenare empatia e creatività e coltivare nonviolenza, concetti alla base del lavoro degli operatori di pace nel mondo, ispirati proprio da Galtung: la creatività come “la capacità di andare oltre le cornici mentali delle parti in conflitto, aprendo la strada a nuove modalità di concepire la relazione sociale”; l’empatia come “la capacità di una comprensione profonda dell’Altro” e la nonviolenza come “la duplice capacità di resistere alla tentazione di affidarsi alla violenza e di proporre soluzioni nonviolente concrete”.










