Opera teatrale di assoluta perfezione drammaturgica, “Aspettando Godot” è il testo-chiave della poetica di Samuel Beckett, nocciolo duro della produzione di una vita intera. Un’opera che a settantuno anni dal varo, registi e attori non si stancano di mettere in scena e il pubblico di andare a vedere. A Cagliari è in programma per la stagione Cedac dal 31 gennaio al 4 febbraio al Teatro Massimo con la regia Theodoros Terzopoulos, maestro del teatro internazionale (che gli spettatori sardi ricorderanno nel ’99 a Nora per La Notte dei Poeti con “Paska Devaddis ” di Michelangelo Pira portato in scena dal Teatro di Sardegna), e un cast di cui fanno parte Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Paolo Musio, Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola.
In “Aspettando Godot”, il Nobel di Dublino rimette al centro la coscienza dell’individuo, attraverso un’attesa interminabile per un evento che può cambiare tutto, sempre preannunciato, ma che mai si verifica. Tra le coppie di punta del nostro teatro, Vetrano e Randisi affrontano per la prima volta questo celebre testo. “Le proposte in passato non sono mancate, ma eravamo sempre impegnati in altri lavori”, dicono i due attori palermitani, legati da un lungo sodalizio iniziato nel ’76: “Visto che lavoriamo insieme da tanti anni, ci hanno spesso detto che eravamo perfetti per interpretare i personaggi principali Estragone e Vladimiro. Terzopoulos è venuto a vederci a teatro e ci ha proposto di mettere in scena un testo di Beckett che poteva essere Finale di partita o Aspettando Godot. La scelta è ricaduta su quest’ultimo”.
Un allestimento diverso da molti altri, dove mancano elementi classici di questa pièce, come l’albero, la corda, le valigie e altri ancora.
“Come principio lo spettacolo rispetta le indicazioni di Beckett, però trasporta nel mondo di Terzopoulos. Lo spazio scenico è astratto. C’è una composizione di pedane e piani nascoste da quattro pannelli, che si muovono e scorrono in altezza e in larghezza, per cui si aprono e si chiudono, creando un vuoto a forma di croce. Due attori agiscono nella parte orizzontale, mentre gli altri in una parte verticale. La sensazione che hanno gli spettatori è quella di trovarsi di fronte a un monolite, ma anche davanti a uno scenario di guerra, con il suono delle sirene che annunciano la tragedia”.
Chi mette in scena Beckett è spesso convinto di fare teatro d’avanguardia, mentre in realtà le sue opere sono dei classici leggibili come altri classici, semplici e di una ovvietà esemplare così come le definiva il suo autore.
“Il teatro parla della vita e Aspettando Godot parla di questo, del rapporto tra l’uomo e ciò che lo circonda. Non possiamo comunque negare che rispetto a una drammaturgia classica, Beckett crea nel pubblico un certo disorientamento, una certa difficoltà nel comprendere alcuni passaggi, alcuni monologhi”.
Forse sarebbe meglio dire che più che Beckett, difficile è la vita, che il drammaturgo irlandese ci aiuta a comprendere.
“Beckett obbliga a pensare, anche nella percezione. Non ti fornisce una trama e una storia, ti dà degli stimoli molto forti obbligandoti a pensare cosa sta accadendo, oltre ad essere un nucleo di emozioni. Perché c’è anche questo. Aspettando Godot si può leggere linguisticamente ma anche con il vocabolario del gesto, del movimento, si può capire attraverso il linguaggio del corpo. Fisicamente per noi è un lavoro duro da affrontare. Nel linguaggio e nel modo in cui recitiamo c’è un’evoluzione”.
Beckett non credeva alla collaborazione tra le arti. Predicava un teatro ridotto ai propri mezzi, dove la scenografia doveva scaturire dal testo, senza aggiungere nulla.
“In questo spettacolo Beckett viene utilizzato come testo. Il regista ha aggiunto musiche e altro”.
Cosa ci dice questo testo dopo tanti anni che ancora non sappiamo?
“Per quanto ci riguarda, ogni volta che lo portiamo in scena ci fornisce delle nuove possibilità di pensiero”.










