Una foresta, il buio, un’antica leggenda che risale ai tempi di Salem e parla di stregoneria, un serial killer. Questi gli ingredienti di “The Blair Witch Project”, il film che ha incassato 250 milioni di dollari, firmato da due ragazzi sconosciuti, che ha rivoluzionato il genere horror e che compie 25 anni.
‘The Blair Witch Project’ nasce dalla mente Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, studenti di cinema californiani decisi a misurarsi con qualcosa di nuovo. Senza saperlo la loro idea ha aperto il varco a un filone innovativo e ha fatto da apripista per tante pellicole ispirate al loro progetto.
Non sempre i risultati sono stati eccezionali ma la quantità di film figli di ‘The Blair Witch Project’ fa capire la portata del cambiamento messo in atto, con tecnologie povere e molta fantasia da due perfetti sconosciuti. Prima ancora che la pellicola raggiungesse le sale era già sulla bocca di tutti grazie ai primi forum su internet e grazie a una geniale idea di marketing; nessun artificio, si tratta di eventi realmente accaduti.
Il marketing era un vero storytelling che ha introdotto il film prima del suo esordio ufficiale, nel 1999, al celebre Sundance film Festival. La storia si basa sul ritrovamento di videocassette risalenti al 1994, data in cui tre ragazzi partiti per girare un documentario nelle immense foreste del Maryland sono scomparsi senza lasciare traccia.

The Blair Witch Project’ promette di essere il fedele montaggio del materiale audiovisivo ritrovato ed è già da qui che la paura, ben poco mostrata e piuttosto suggerita, ottiene l’effetto desiderato insinuandosi dapprima in modo impercettibile e poi sempre più incontrollata fino a creare il panico. Dopo sfavillanti horror teen movie e cast celebri, la pellicola si affida invece a tre persone qualsiasi alla ricerca delle tracce di una strega giustiziata secoli prima, Elly Kedward, vissuta alla fine del ‘700 nel paese di Blair. La stessa zona in cui, anni dopo, il serial killer Rustin Parr commise sette omicidi di bambini sostenendo di essere posseduto dalla strega e di aver obbedito ai suoi ordini. Il film contiene le testimonianze degli abitanti del villaggio limitrofo, le riprese di manufatti pagani poi divenuti iconici, infine tutto il terrore manifestato dai protagonisti dal momento in cui si rendono conto di essere diventati da predatori a preda.
‘The Blair Witch Project’ fa leva sul puritanesimo, sull’ipocrisia e il neanche troppo silente razzismo della società americana, suscitando nello spettatore una paura ancestrale. La foresta, il buio, l’assenza della tecnologia, grande protagonista dei film dell’epoca, condannano l’uomo a un terrore atavico, a un’inquietudine che prorompe con una forza incontrastabile. È una paura consapevole, implacabile, che viene da secoli di persecuzioni, di saperi antichi, di ordalie ed esecuzioni sommarie in nome di un dio che ha lasciato più vittime che santi e che cerca necessariamente la sua rivalsa.
Lo sguardo dello spettatore è lo stesso dei protagonisti: la pellicola, che sfrutta il fascino del found footage unito a tecniche di ripresa volutamente amatoriali e imprecise, garantisce un’immersione totale nella storia e nell’atmosfera claustrofobica. Non ci sono vie d’uscita, ‘The Blair Witch Project’ ci mette di fronte alle nostre angosce più profonde e ci regala un incubo lungo 25 anni, in cui rischiamo di ricadere ogni volta che facciamo una gita nel bosco e il nostro cellulare ci abbandona, lasciandoci nel dubbio che forze più grandi si celino in agguato nell’ombra.










