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Il problema di Twitter non è Elon Musk, siamo noi

Di Mario Gottardi
07/07/2023
in Comunicazione e società
Tempo di lettura: 7 minuti
Twitter Elon Musk restrizioni

Anima in pena è quella locuzione che indica una persona in un prolungato stato di insoddisfazione e preoccupazione che lo fa girovagare alla ricerca di una soluzione che però non appaga mai il bisogno. Da quando ha acquisito Twitter, Elon Musk sembra un’anima in pena. L’ultima trovata è stata quella di bloccare il social per un’intera giornata, il 1 luglio, per adeguare la piattaforma alla limitazione della possibilità di visualizzare i post, a seconda del proprio status: 10 mila post per gli account certificati, mille per i non certificati, 500 per quelli appena aperti. 

Una scelta che nell’immediato ha fatto parlare tanti di ‘morte di Twitter’, per l’ennesima volta.

Cosa è successo

Da quando ha acquistato Twitter, Elon Musk ha cercato di rilanciare la sostenibilità economica del social in un modo decisamente poco convenzionale. Twitter già da tempo aveva perso il suo appeal tra il grande pubblico. I più giovani gli preferiscono TikTok, il grande pubblico – e le aziende – gli preferiscono Instagram, i boomer stanno per lo più su Facebook. Twitter è visto come il mondo dei politici, dei giornalisti, degli scrittori di aforismi e di hater, tantissimi hater (su questo, c’è da dire, se la gioca con Instagram e Facebook). 

Musk ha pensato quindi di far pagare per poter usufruire di Twitter in modo completo, con un servizio che si chiama Twitter Blue.

Con un abbonamento di 102 euro l’anno, si può avere accesso alla spunta blu, che certifica la propria identità (mentre prima era il social che l’attribuiva gratuitamente, a seconda di determinati parametri molto stringenti), alla possibilità di scrivere tweet fino a 10 mila caratteri, alla possibilità di modificare i propri tweet, per cinque volte entro mezz’ora dalla pubblicazione. 

Rientra in questo servizio anche l’ultima trovata, e cioè di limitare la visualizzazione di post. 

In realtà, durante la giornata di sabato 1 luglio, Musk ha più volte cambiato idea a riguardo, con limitazioni prima meno stringenti (6 mila post per gli account verificati, 600 per in non verificati, 300 per i nuovi), attivando poi ai numeri finali (10 mila, mille e 500). 

Perché è successo e perché c’entra l’IA

La decisione è stata presa per limitare lo scraping, cioè la pratica di analisi massiva automatizzata dei dati dei post, con lo scopo di determinare il sentiment, cioè la tendenza delle discussioni, elemento fondamentale da vendere alle aziende, che lo utilizzano per la creazione di prodotti o campagne pubblicitarie ad hoc.

Questa pratica viene realizzata attraverso API, Application Programming Interface, applicazioni che permettono di far comunicare interfacce diverse, e Musk era già intervenuto in passato per limitarne loro l’accesso (lo hanno avevano fatto anni scorsi anche Facebook e altri social). Oggi però il problema è diventato urgente e pressante per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, che riesce a leggere una quantità enorme di dati in poco tempo, e che utilizza questi dati per produrre servizi che poi rivende.

In sostanza, Musk non vuole che altre aziende guadagnino gratis dall’accesso gratuito a Twitter, senza pagargli nulla. E così ha imposto il limite di visualizzazioni dei post, con lo scopo di bloccare le API e incentivare ulteriormente gli utenti di Twitter al passaggio, e al pagamento, di Twitter Blue. 

Perché lo scandalo

L’iconico logo di Twitter

Come spesso accade nel mondo social, gli utenti, in particolar modo quello “storici”, presenti nella piattaforma da più tempo, hanno gridato allo scandalo. La community di Twitter è da sempre molto più sensibile rispetto a quelle di altre piattaforme ai cambiamenti, perché Twitter per lungo tempo è stata un’isola felice: se i primi hater sono comparsi su Facebook, su Twitter sono arrivati dopo, quando la @ e gli # sono comparsi all’angolo dei programmi TV, contribuendo notevolmente alla proliferazione degli odiatori e dei troll; se Facebook e poi Instagram cambiavano le loro caratteristiche quasi di giorno in giorno, lasciando spiazzati i loro utenti, i fondatori di Twitter, Jack Dorsey, Evan Williams, Biz Stone, Noah Glass hanno mantenuto ostinatamente per anni le caratteristiche originarie della piattaforma (la lunghezza massima dei caratteri è passata da 140 a 280 solo nel 2017). Se il gruppo Meta è ancora oggi particolarmente ‘distratto’ nella moderazione dei commenti, Twitter si è dimostrata più intraprendente e reattiva, specie in momenti caldi (la sospensione dell’account del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump). 

Twitter è sempre stato più “rigido” come social rispetto ad altri ed è proprio questa rigidità che Musk ha da sempre contestato che poi lo ha portato ad una politica aggressiva conclusasi con l’acquisizione della società che lo controlla. “Credo che (Twitter, ndr) abbia il potenziale per essere la piattaforma della libertà di espressione in tutto il mondo, e credo che la libertà di espressione sia un imperativo sociale per una democrazia funzionante. Ora mi rendo conto che nella sua forma attuale l’azienda non sarà in grado né di prosperare, né di assolvere a questo imperativo sociale”, ha affermato il patron di Tesla e Space X lo scorso anno, annunciando la volontà di acquisire il controllo del social media.

Ecco perché ogni suo cambiamento nel funzionamento di Twitter ha sempre generato polemiche che dai social si sono immediatamente traferite ai giornali e in borsa. La limitazione delle visualizzazioni non poteva essere da meno, visto che di fatto cambia ulteriormente il modo con cui gli utenti fruiscono dei social.

Le reazioni

L’immagine del podcast “Non hanno un amico” di Luca Bizzarri, prodotto da Chora Media

Come spesso accade l’arte riesce a inquadrare l’essenza dei problemi e scrostare da una faccenda tante polemiche, tante parole, tante analisi che rendono indistinguibile ciò di cui si parla. 

Ed è un artista colui che forse ha inquadrato meglio la faccenda. 

Luca Bizzarri nel suo podcast “Non hanno un amico”, nella puntata del 5 luglio riporta la polemica alla sua essenza: e cioè al rapporto che le persone hanno con i social e con Twitter in particolare. 

Bizzarri con un’iperbole paragona Musk a un pusher, al re degli spacciatori, Pablo Escobar:

Quando qualcuno non riesce a far a meno di una cosa, lo hai in pugno. Ecco perché finalmente ho capito perché Elon Musk ha comprato Twitter: lo ha fatto per diventare il più grande pusher del mondo in maniera legale. 

Su Twitter non ci sono degli utenti, ci sono dei tossici. Così quando Elon sabato improvvisamente ha deciso di limitarne l’uso è scoppiata la rivolta: la rivolta dei drogati. E lui deve essersi sentito potentissimo. Perché non basta essere il più ricco del mondo. La vera ricchezza è avere in mano i desideri delle persone, le loro voglie, le loro scariche di dopamina. E lui può aprire il rubinetto o chiuderlo. E se solo accenna a chiuderlo le anime cominciano a lamentarsi come in una bolgia infernale dantesca.

(…)

Solo l’idea di non poter avere un posto dove poter sfogare la nostra vanità, la nostra bassezza, la nostra merda ci atterriva tutti. 

(…)

Le reazioni erano sempre più scomposte che Elon Musk “Escobar” ha dovuto tranquillizzare. Capite? Il pusher che dice al cliente, “ehi, vacci piano! Questa roba ti ammazza”. Perché al pusher interessa la continuità, non l’overdose.

Però il Musk-Escobar non è certo l’unico ‘pusher’ sul mercato: che qualcosa nel rapporto tra la community di Twitter e il suo fondatore si sia incrinato lo spera, da tempo, un altro imprenditore: Mark Zuckerberg, che ha lanciato Threads, un’app che sarà sostanzialmente una versione testuale di Instagram e che andrà ad affiancarsi agli altri prodotti Meta (Facebook, Instagram e WhatsApp), dalle cui community potrà attingere a piene mani. 

L’immagine in evidenza è stata creata con il sistema di Intelligenza Artificiale Midjorney di Discord

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